Coro delle Potestà


Premessa. 

Durante questa carrellata relativa alle 8 Entità che compongono il Coro delle Potestà il lettore troverà una descrizione dell’Arcangelo che lo Governa. In questo caso la Reggenza spetta a CAMAEL.

Quindi seguiranno le descrizioni degli altri 8 Geni che appartengono a questo specifico Coro.

Nelle pagine riservate a ogni singolo Angelo troverete varie descrizioni tratte dai libri di Haziel, di Pier Luca Pierini e di Igor Sibaldi. Altro materiale è stato reperito sulla rete.

INOLTRE:

Per ogni Entità Angelica saranno presenti immagini e testi così divisi:

Un ampio spazio è dedicato alla descrizione di ogni Genio secondo Igor Sibaldi (le descrizioni sono tratte da: “Libro degli Angeli” e sono state rivedute dall’autore di un blog); descrizione che, tra tutte le altre di mia conoscenza, io percepisco come  la “più affine”.

Un’altro alle caratteristiche caratteriali del bambino governato dal proprio Genio.

La Claviculae Angelorum

Vengono citati più volte i nomi dei Geni scritti con le 22 lettere dell’alfabeto ebraico.

Sono elencate le loro Esortazioni.

Il dono da loro dispensato.

Le date di reggenza. (secondo Haziel e secondo Pier Luca Pierini)

Una breve descrizione dell’energia dell’entità contraria.

La meditazione associata all’Angelo e la relativa immagine composta da lettere dell’alfabeto ebraico.

Corrispondenze con le simbologie degli Arcani maggiori.

Cori di appartenenza e Arcangeli di influenza.

La composizione del Coro delle Potestà

 33 Yehuwyah

34 Lehehiyah

35 Kawaqiyah

36 Manade’el

37 ‘Aniy’el

38 Ha’amiyah

39 Raha’e’el

40 Yeyaze’el

 Gerarchia Angelica Potestà

 Le Potestà, sono chiamate anche Potenze e Autorità. Ogni coro ha le sue caratteristiche qualità, le Potenze e Autorità, entrambe sono coinvolte nella formulazione delle ideologie. Mentre però le Potenze comprendono tutto, le Autorità si focalizzano su particolari linee di conoscenza, specializzandosi nel codificare quelle idee, e nella produzione di documenti concettuali a quelle inerenti.

Il loro nome ci rivela la loro parità di grado condivisa con le divine Dominazioni e con le Virtù, la disposizione armoniosa nell’accogliere i doni divini, il carattere di potenza ultraterrena e intelligente, che non abusa tirannicamente delle sue potenti forze. Le Potenze, gli angeli della forza, vanno a ristabilire l’ordine ovunque esso sia minacciato, guidati da Kamael (Desiderio di Dio).  Il loro lavoro è paragonabile a quello effettuato dall’organismo per sbarazzarsi delle scorie.

Le potestà (in ebraico Elohim, in greco Exusiai), estendono il loro dominio sul Sole e da lì inviano i loro impulsi a tutti i pianeti del cosmo. Descritti dalla Bibbia come esseri angelici dai molti colori, simili a vapori nebbiosi, sono gli elementi portanti della coscienza e i custodi della storia. Gli angeli della nascita e della morte sono Potestà. Sono accademicamente guidati e interessati all’ideologia, filosofia, teologia, religione e ai documenti che appartengono a questi studi. Le Potenze sono le menti: sono un gruppo di esperti, che servono da consiglieri e pianificatori della politica. Il loro compito è quello di sorvegliare la distribuzione di poteri all’umanità, in loro nome. Paolo di Tarso usa il termine Potestà nella lettera ai Colossesi e nella lettera agli Efesini.

Dalla lettera di San Paolo apostolo agli Efesini (6,10-20) “…Fratelli, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.

Prima lettera ai Colossesi (16) “poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà.”

Le Potestà sono coloro che scacciano gli attacchi del male e per mezzo dei quali viene indebolito il suo assalto, tengono a freno le tirannie dei demoni affinché non superino il confine. Sono chiamati anche Spiriti della Forma poiché dalla loro attività spirituale, in opposizione con i corrispondenti spiriti caduti, deriva la forma degli oggetti del mondo materiale e la loro manifestazione. Per questa capacità di dare la forma a ciò su cui posano il loro sguardo spirituale, sono noti anche come i “Sette Occhi di Dio”. Nella trasformazione della Terra, dal sacrificio della loro sostanza spirituale è nato l’Io umano. Sono entità particolarmente legate al destino dell’umanità sulla Terra.

Nei diversi testi esoterici, (nel Trattato del Fuoco Cosmico) sono descritti come: Intelligenza Attiva, Manas (piano Causale), Fuoco d’attrito, Sostanza (gli atomi permanenti) e Attività cosciente. Dietro al mondo della manifestazione fisico-sensibile è quello che abbiamo imparato a conoscere come seconda Gerarchia: Exusiai, Dynamis, Kyriotes (Potestà, Virtù e Dominazioni, e cioè: Spiriti della Forma, del Movimento e della Saggezza). È la seconda Gerarchia che sta dietro a tutto ciò che è rischiarato dal Sole. Così che possiamo dire: abbiamo dietro l’operare del Sole e mediante esso l’agire della seconda Gerarchia, delle Potestà, Virtù e Dominazioni. Teniamo presente che fino alla Luna dominano gli Angeli; fino a Mercurio gli Arcangeli; fino a Venere i Principati, fino al Sole le Potestà, fino a Marte le Virtù; poi vengono le entità che chiamiamo Dominazioni e finalmente vengono i Troni, Cherubini e Serafini.

Le Potestà, provvedono a che l’edificio fin qui costruito secondo gli intenti dell’universo abbia stabilità finché è necessario, a che non scompaia subito. Esse sono le conservatrici. Vediamo dunque nelle Dominazioni le ordinatrici, nelle Virtù le esecutrici di quegli ordinamenti, e nelle Potestà le conservatrici di ciò che le Virtù hanno costruito. Caricano l’elemento creato dell’energia vitale più adatta alla sua specie. Praticamente mantengono uniti i corpi sottili, infondono il “prana”, modellano l’aura che permetterà l’espressione del Sé e difendono dall’attività eversiva delle forze maligne.

Con il progredire nella creazione, attraverso il tempo, abbiamo visto che le Gerarchie superiori non possono agire di propria volontà, ma eseguono gli ordini loro impartiti. Nemmeno le Potestà e tutta la seconda gerarchia possono agire diversamente. Anche nelle entità angeliche che chiamiamo Potestà, una parte di Esse aderirono al comando di contrastare l’evoluzione, anch’esse, da sé, non avrebbero mai potuto giungervi, non avrebbero potuto divenire «cattive» per forza propria, e in quello che si potrebbe chiamare l’origine del male, anche in ciò le Potestà eseguono solo il volere divino. Facendosi serve del male, compiono il Volere Divino il quale, attraverso il male, vuole sviluppare un bene più grande. Una parte degli angeli rifiutò questa possibilità, non si lasciò per così dire sedurre dalle forze che dovevano introdurre degli ostacoli, e serbarono fedeltà all’antica natura. Sono le forze (del bene e del male), in lotta perenne per giungere alla perfezione del disegno Divino. Ma v’è dell’altro che deve ora essere regolato, l’umanità deve venir condotta da uno stato planetario ad un altro. Anche qui devono esservi entità spirituali che durante tutta l’evoluzione terrestre provvedano affinché, quando essa sarà giunta al suo termine, l’umanità possa passare nel giusto modo attraverso un altro pralaja e trovare la via alla mèta seguente: a Giove. Gli spiriti che provvedono affinché tutta l’umanità venga condotta da uno stato planetario all’altro, sono le Potestà, o exusiai, o spiriti della forma.

 

Arcangelo CAMAEL e Coro delle Potestà.

POTENZA DELLA GIUSTIZIA E DELLA GRAZIA, A CAPO DEL CORO DELLE POTESTA’,

GOVERNA IL SEGNO DELL’ARIETE E LA DECADE 21-30 MARZO.

 Sede di Camael (o Kamael, o Samael), Potenza della Giustizia e della Grazia,

è la quinta Sephira o Turbine MARTE-GUEBURAH. Il suo Nome significa “Rigore di Dio”.

 Nell’Albero della Vita il vortice di CAMAEL si colloca dopo quello di TSADKIEL–HESEDIEL.

Diversamente dal gioviale Hesediel, Camael è l’Arcangelo che amministra in modo inflessibile la giustizia di Dio, viene definito anche “Severità di Dio”, “Mano destra di Dio”, “Signore del Karma”.

Corrisponde all’archetipo di Marte e, come suggerisce il suo nome, rappresenta anche la capacità di agire con forza e determinazione. Protegge dai pericoli. Dona coraggio, forza, decisione, equilibrio. E’ l’Arcangelo della Giustizia, ovvero della Legge, ma anche della volontà e della riuscita. Nella Bibbia le forze guidate da Camael sono fra quelle che causano l’espulsione dell’Umanità (Adam) dal Paradiso Terrestre (retto da HESEDIEL) dopo che essa cede ai richiami degli Angeli dell’Abisso. Questo Arcangelo esprime così la legge del “guadagnarsi il pane con il sudore della fronte“: sancisce la verità evolutiva per cui l’Opera Umana è ottenuta al prezzo dello sforzo sostenuto, e perfino della sofferenza. In conformità a questa via egli è incaricato di ricondurre l’Umanità alla riconquista del Paradiso tramite l’applicazione e il lavoro. Introduce infatti alla Conoscenza delle Leggi del Mondo non per illuminazione improvvisa, ma tramite l’esperienza del loro funzionamento, che dovrà rivelare l’essenza del Male, ovvero di ciò che accade se si opera in contrasto ai disegni divini.

La contropartita dell’Arcangelo Camael porta il nome di ‘Lucifero’, cioè di un impulso dannoso per l’Uomo emanato da un sotto-mondo che, agendo in contrapposizione alle norme celesti, finirà con l’autodistruggersi; eppure che ha anch’esso il proprio scopo: in una certa fase anche la sua forza concorre al processo di perfezionamento evolutivo. Camael preme affinché l’individuo abbandoni la pienezza di ogni vita facile per affrontare l’esperienza dello sforzo di plasmare la materia, in vista di una creazione: possiamo dire che la sua azione approfitta dello scatenarsi dei desideri per orientare l’uomo verso una forte appetenza creativa, affinché egli stesso divenga Creatore, e non semplice creatura. In questo processo, egli fa sì che la Legge Divina venga infine compresa e incorporata dall’uomo; nello stesso tempo porta Giustizia vanificando il Male, eliminando ciò che è contrario a tale Legge.

CORO ANGELICO.

Camael governa il coro delle Potestà, le Potenze che caricano ogni elemento creato dell’energia vitale più consona alla propria specie: le loro energie praticamente formano i corpi sottili, infondono il “prana” portatore di vita, modellano l’aura che prelude all’espressione del Sé e difendono dall’attività eversiva delle forze del Male.

Mentre con le Virtù impariamo a conoscere la nostra natura più profonda, le Potestà ci guidano ad eliminare tutto ciò che non è conforme a questa identità. E’ la stessa guerra narrata nella Bhagavad Gita, contro le illusioni e le tendenze negative, necessaria per permettere alla luce interiore di esprimersi pienamente. C’è un enorme lavoro da compiere per sviluppare il necessario coraggio e la forza di combattere, e capita spesso che il necessario dinamismo venga meno. In questi momenti le Virtù risvegliano l’attitudine ad affrontare gli ostacoli e a condurre un lavoro di purificazione, mentre le Potestà sono responsabili del lavoro alchemico di trasformazione dell’essere: completano il processo aiutando a sviluppare coraggio, forza introspettiva, capacità di condurre una guerra interiore e di affrontare con Fede le difficoltà psicologiche e materiali.

Camael o Samael (“Severità di Dio”) viene definito “La mano destra di Dio” o anche “Angelo Punitore” in quanto è colui che amministra la Giustizia Divina, ed è inflessibile nel suo compito. La tradizione astrologica gli attribuisce le tipiche doti marziane: forza, combattività, coraggio, decisione.

E’ un osservatore imparziale delle azioni degli esseri viventi, da cui l’appellativo di “Signore del Karma”. Da lui promanano le schiere angeliche che tengono i registri karmici per stabilire quali saranno le prove da riproporre agli esseri nelle loro incarnazioni future. Camael protegge dai pericoli arrecati dagli incendi, dalle esplosioni e dalle armi; dà forza e decisione ai propositi, sostiene la forza di volontà.

Domina la costellazione dell’Ariete, il suo giorno è il martedì, il suo metallo è il Ferro, il colore il rosso.

Marte è il primo dei pianeti esterni alla Terra e può essere visto ad occhio nudo. Quando il suo potere riflettente (in gergo astronomico l’albedo) è al massimo, supera in visibilità tutti gli altri pianeti tranne Venere del quale è opposto e complementare. Tra i pianeti, Marte indica la competizione primaria per lo sviluppo biologico.

Nell’antica Babilonia Marte veniva identificato con il nome di Ashur (lett. “benevolente” – divinità nazionale degli Assiri, bellicoso come il suo popolo protetto, creatore del cielo, della terra e degli inferi, signore di tutti gli dei) in Grecia era noto come Ares e a Roma come Mars.

Marte era considerato il dio romano per eccellenza ed il suo culto superava quello di Giove. Secondo la tradizione Marte era il padre di Romolo e regolava l’agricoltura e la guerra; veniva onorato come dio della primavera e le sue feste venivano celebrate in concomitanza a quelle con l’arrivo del Sole in Ariete (da cui il nome del mese di Marzo).

Marte rappresenta la determinazione nel proseguire, la disinvoltura, l’audacia e l’azione, per questo motivo è sempre collegato alle situazioni di utilizzo dell’energia. L’energia di Marte spinge all’autoaffermazione e si esprime nei momenti in cui è necessario parlar chiaro, gettarsi nella mischia, andare controcorrente o alla cieca. è vibrante quando compare il bisogno primario “Io devo sopravvivere”. In questa situazione rappresenta la lotta per la conservazione.

Nel loro aspetto più positivo, le valenze di Marte ci aiutano dunque ad uscire dalla depressione, ad accettare rischi nuovi, a tentare la fortuna e possono essere associate alle vocazioni. Marte rappresenta il coraggio, lo sforzo e la volontà; è presente in quelle persone che hanno una volontà di ferro, che sanno essere efficaci nel loro lavoro, dotati di una buona capacità decisionale e di iniziativa propria.

 

Yehuiah, angelo 33, dei nati fra il 3 e il 7 settembre.

 Yehuiah, o Yehuwyah, è il 33esimo Soffio e il primo raggio angelico nel Coro marziano degli Angeli Potestà, nel quale amministra le energie di Urano. Il suo elemento è la Terra; ha domicilio Zodiacale dal 10° al 15° della Vergine ed è l’Angelo Custode dei nati dal 3 al 7 settembre. I sei Angeli Custodi della Vergine sono potenze che collettivamente fanno dei loro nati persone acute, comunicative, servizievoli, laboriose e precise.

Il nome di Yehuiah significa “Dio di conoscenza” o “Dio onnisciente”.

Il dono dispensato da Yehuiah è l’ACCORDO.

Si dice che Yehuiah dispensi anche il dono della “subordinazione” perché l’ “accordo” che concede è la capacità di subordinare il bene personale, sapendo rinunciare ai propri agi e privilegi per una alta causa o per il bene del prossimo, pur andando incontro a disagi e privazioni. Il Testo Tradizionale dice che Yehuiah protegge i Principi degni e onesti, assiste cioè tutto quanto vi è di più elevato in noi. Questa idea di protezione include anche il lavoro, a significare che la sua energia ci indurrà a lavorare per il “Principe” che portiamo in noi, perché gli obbediscano i nostri istinti più bassi: cioè per costringerli alla subordinazione. Dice Haziel che questo Angelo introduce il nostro Io intellettuale ai concetti di rigore, di sforzo, di disciplina. Tutto sarà considerato alla stregua di una competizione, di un torneo. Yehuiah ci sprona alla conquista della Verità, ma lo fa per vie ardue e accidentate. In altre parole, non è inconsueto che i suoi protetti debbano prima passare per esperienze di disordine, in cui – anziché dominare – sono dominati da eventi che li costringono a sofferenze, oppure a sforzi lavorativi notevoli, senza che nulla gli sia regalato, tranne il sostegno (e i richiami) di amici sinceri. Il protetto da Yehuiah potrà essere “il grande lavoratore intellettuale che, a forza di operazioni aritmetiche, di rettifiche e correzioni, perverrà alla conoscenza del Vero. E si tratterà di autentica conquista individuale, frutto d’impegno e di abnegazione. Inoltre questo Angelo fa in modo che le persone alle quali accordiamo il titolo di amici siano molto attive, curiose, rigorose; dire le cose in termini espliciti sarà loro specifica peculiarità, e più le cose saranno chiare più solida sarà l’amicizia. Tali amici saranno il motore che spingerà l’individuo al lavoro (…), egli ne sarà, per così dire, rimorchiato, o quasi. Gli amici saranno gli utensili (o i tutori) in grado di correggere ciò che nella nostra Vita non funzionerà nel giusto modo; da essi riceveremo la forza di volontà, di decisione, atta ad affrancarci dalle nostre perversità e a ricondurci sulla Via della Legge. Tramite il sentimento di amicizia, infatti, Yehuiah svolge un ruolo oltremodo operativo. Occorre dunque pregare questo Angelo, coltivando per suo tramite soprattutto il valore dell’amicizia”. Proprio in quanto Angelo dell’amicizia, Yehuiah aiuta anche a scoprire gli inganni, i traditori, le macchinazioni ai nostri danni. Se invocato dona quindi la capacità di discernimento e una sottile intuizione che permette all’individuo di intuire con precisione se le persone sono sincere. In tal modo protegge dalle menzogne e impedisce che prestiamo loro fede cadendo nei tranelli dei “malvagi” – siano essi falsi amici, nemici concreti oppure cattivi pensieri, ossessioni, o abusi di droghe. Secondo la Kabbalah, tre versetti dell’Esodo (ciascuno composto da 72 lettere), celano il codice dei 72 Nomi di Dio; e precisamente i versetti 19, 20 e 21 del capitolo 14. Riguardo al trigramma di questo Nome la lettera Yod (mano) proviene dal versetto: “l’Angelo di Dio che stava davanti al campo di Israele si mosse e si mise dietro di loro” (Esodo 14, 19). La Het (barriera), da: “questa nube da un lato (cioè per alcuni) era tenebrosa, dall’altro (cioè: per altri) rischiarava la notte” (Es. 14, 20). La Waw (gancio), da: “e l’Eterno ritirò il mare con forte vento da Oriente (l’Est)” (Es. 14, 21). In relazione alle loro origini, il rebus formato da queste tre lettere dà l’immagine di qualcosa a cui ci si può appoggiare per superare facilmente degli ostacoli. Per questo Yehuiah (che è considerato anche l’angelo dei Comandamenti) è rappresentabile con l’azione di tirare dritti, in piena calma: questi segni ci dicono anche la sua energia ci aiuta a restare calmi nelle situazioni fortemente emotive.

Yehuiah secondo Sibaldi.

Yehuwyah yod-het-waw

«Io pongo leggi e limiti»

Nacquero in questi giorni Elisabetta I d’Inghilterra e Luigi XIV, il Re Sole, e persino Freddy Mercury, che giunse al successo con un gruppo musicale chiamato – guarda caso – i Queen. Agli Yehuwyah, evidentemente, si addice la regalità, più ancora che ai disincantati Angeli dei Re (Haziy’el, Phuwiy’el, Yabamiyah), di cui pure condividono molte brillanti qualità. Yehuwyah conferisce infatti ai suoi protetti una determinazione inflessibile e una mentalità assolutamente pratica ed estroversa: vuole che imparino a regnare, che coltivino il desiderio e il gusto del potere, del successo, della prosperità. Le qualità regali si manifestano perciò, in loro, in forma esuberante e felicemente egoistica. Non perdono tempo a dare consigli ad altri, o a criticare i progetti altrui: ciò che imparano, lo adoperano in prima persona; quando scorgono errori, l’unica loro preoccupazione è ricordarli bene, per non cascarci essi stessi. Della gratitudine e della stima altrui non si preoccupano più di quanto basti a mostrarsi cortesi: un po’ perché non hanno bisogno di questo tipo di conforti (hanno sempre una lucidissima coscienza delle proprie capacità e potenzialità), e un po’ perché troppo acuto è il loro sguardo, nel penetrare anche i più segreti pensieri e calcoli di chiunque. Inutile, perciò, pensare di ingraziarseli con lodi o complimenti: se vedranno in voi una qualche utilità concreta per gli scopi che in quel momento si sono prefissi, vi prenderanno in considerazione; se no, vi liquideranno con un cenno d’assenso, e fileranno via con aria indaffarata. «Efficienza!» è, infatti, la loro prima parola d’ ordine, e «Competitività!» è la seconda: e le due cose determinano in loro un’appassionata iperattività, tale da esaurire ben presto tutti gli obiettivi possibili nell’area in cui si sono scelti. Allora si scelgono un’altra area, e poi un’altra e un’altra ancora, gongolando sempre della novità delle sfide. Fu così, per esempio, per l’avventuroso marchese La Fayette, che dai vent’anni in poi venne a trovarsi sui più diversi fronti rivoluzionari: prima durante la Guerra d’Indipendenza americana, poi in Francia, durante la Rivoluzione e l’Impero napoleonico, e infine nei moti che seguirono alla Restaurazione – apparentemente cercando, ovunque, un re o un capo a cui obbedire volentieri, e in realtà rallegrandosi e fremendo nel constatare che come leader nessuno fosse più bravo di lui. Ed è così anche per gli Yehuwyah più prudenti: non possono farci nulla, la loro voglia di primeggiare è diretta conseguenza della molteplicità dei loro talenti – ne hanno veramente troppi, per potersi accontentare di una qualsiasi posizione che non sia direttiva. Oltre che psicologi nati, sono magistrali organizzatori, strateghi, cercatori instancabili di novità da importare – o da copiare, eventualmente, se hanno fretta – abilissimi nelle questioni finanziarie, rapidissimi nell’apprendere, e ottimi anche nel fantasticare, e nel trarre in un lampo, dalle loro fantasticherie, spunti per progetti da concretizzare con notevole vantaggio. Va da sé che per tipi del genere non c’è diretto superiore che, alla lunga, non debba rappresentare un intralcio. Se per un po’ ne sopportano uno, è perché sta garantendo loro il dominio su un territorio sufficientemente vasto, e perché il loro fiuto politico li sta spingendo alla pazienza – hanno infatti la straordinaria capacità di valutare sempre con precisione i rapporti di forze, e di decidere di conseguenza quando andare alla carica e quando no. Applicano questa qualità anche nei rapporti con i sottoposti, ed è perciò molto difficile che qualcuno di questi abbia mai da ridire a loro riguardo: gli Yehuwyah sanno bene che qualsiasi potere si regge anche sulla popolarità di cui gode tra i sudditi, e si curano perciò di conquistarla e di trasformarla in fedeltà, affetto, devozione addirittura. Regale è anche il loro modo di comportarsi nei riguardi degli affetti privati. Attribuiscono alla famiglia la massima importanza: se non hanno molto tempo da dedicare al coniuge e ai figli, badano che ogni ora trascorsa con loro sia irreprensibile e indimenticabile. La prosperità, dicevo, è un loro obiettivo primario, e non hanno perciò alcuna intenzione di metterla a repentaglio con dissapori o problemi irrisolti. Oltre alla famiglia, per gli Yehuwyah è fondamentale la casa: tra i loro progetti vi è sempre, fin dalla prima giovinezza, una residenza esemplare, una specie di reggia della quale compiacersi sia tra sé e sé, sia con gli amici. E in genere arrivano a realizzarla, ed è quello un periodo radioso della loro vita, in cui si dedicano teneramente alla scelta delle suppellettili e alle rifiniture di quel monumento alla loro carriera, di quella prova evidente di come nulla, nel benessere, li possa in alcun modo intimidire. Assai meno arredato rimane invece, fino alla fine, il loro spazio interiore. Ci sono stanze dell’anima, e anche della coscienza, in cui uno Yehuwyah non entra mai, sia perché non gli risulta che contengano nulla di indispensabile per la sua riuscita professionale, sia perché quelle che utilizza di solito gli paiono molto ben armonizzate tra loro. E poi, estroversi come sono, traggono dai rapporti con gli altri tutta la realtà di cui hanno bisogno, senza doverla integrare con approfondite autoanalisi. Ma ai famigliari può sembrare, a volte, di avere, con loro, non tanto conversazioni quanto piuttosto interviste; o di star interloquendo non con un io ma con un ottimo e affascinante attore tutto preso dalla sua parte. Soltanto gli ultimi anni sono, per molti Yehuwyah, il momento della scoperta anche della dimensione interiore: come avvenne per Chateaubriand, altro iperattivo del periodo napoleonico, lui pure avventuriero in America, attivista e teorico politico in Francia, e in vecchiaia autore d’una filosofeggiante autobiografia, Memorie dall’oltretomba. Coronamento dell’intelligenza degli Yehuwyah è, naturalmente, far durare il più a lungo possibile questi anni di pacata riflessione, magari provando a inaugurarli un po’ prima della pensione: perché non capiti che il momento dell’interiorità sia troppo breve, un inizio soltanto, e che la loro storia non debba finire senza che si sia saputo chi fosse davvero il protagonista.

Il bambino Yehuwyah.

Occorre soltanto raccomandare, ai genitori degli Yehuwyah, discrezione e rispetto. A tutto il resto penseranno loro, questi miliardari in erba che scalpitano in attesa di occasioni per farsi valere. Non interferite né nelle loro vicende scolastiche, né nelle loro numerosissime faccende personali: il loro istinto per il successo si rivelerà sicuramente più acuto e più lungimirante di qualsiasi vostro consiglio, e rischiereste nove volte su dieci di far la figura di quelli che non avevano capito. Dedicate magari un po’ più di attenzione al rapporto con i fratelli: per evitare che questi li invidino, o che se ne sentano troppo surclassati; capita spesso, infatti, e ai piccoli Yehuwyah non potrebbe importare di meno. E se più avanti doveste sentirvi altrettanto surclassati voi, fate in modo che lo si noti il meno possibile: applauditeli cordialmente, e sospirate felici.

Claviculae Angelorum:

Ha già tutto. E grande fortuna nel lavoro.

Qualità di Yehuiah e ostacoli dall’energia “avversaria”.

Le qualità che Yehuiah sviluppa sono carattere ordinato e rispettoso della disciplina, grande senso del dovere, fedeltà e abnegazione, coscienza civica. Se invocato concede tutta l’energia marziana necessaria per realizzare opere orientate a scopi superiori e per progredire moralmente e spiritualmente; aiuta anche il guadagno e il successo materiale tramite intendimenti onesti. Dona inoltre attitudine alla conoscenza dell’occulto e all’intuito investigativo; capacità di riconoscere gli amici e i traditori. L’Angelo dell’Abisso a lui contrario si chiama Amaniel e rappresenta i tranelli tesi da entità o persone cattive. Ispira egoismo e tradimento, causa disordine, sconnessione mentale, disobbedienza, rivolte.

Giorni e orari di Yehuiah.

Se sei nato nei suoi giorni di reggenza Yehuiah è sempre in ascolto per te; ma in particolare le sue energie si schiudono nelle date del tuo compleanno e negli altri 5 giorni che ti sono dati dal calcolo della Tradizione. Suoi giorni di reggenza sono anche: 9 febbraio, 22 aprile, 6 luglio, 19 settembre, 29 novembre; ed egli governa ogni giorno, come “angelo della missione”, le energie dalle h.10.40 alle 11.00. Assiste perciò, in particolare, anche i nati in questi giorni e in questo orario, in qualunque data di nascita, ed è questo l’orario migliore in cui tutti lo possono invocare. La preghiera tradizionale rivolta a Yehuiah è il 10° versetto del Salmo 32: Dominus dissipat consilia gentium, reprobat autem cogitationes populorum (il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli).

Meditazione associata al Nome.

La meditazione associata a Yehuiah si chiama chiama “svelare il lato oscuro”. Secondo la Kabbalah, infatti, la vibrazione di queste lettere consente di riconoscere le forze che in noi creano l’infelicità (che attribuiamo normalmente solo a cause esterne) dando la forza di trasformare la reattività in energia proattiva. Nell’illustrare questa meditazione, Berg cita una frase da ‘I soliti sospetti’ di Keyser Soze: Il più bello scherzo fatto dal diavolo al mondo è far credere a tutti che non esiste – a significare la cecità in cui cadiamo restando attaccati solo alla materialità. Paragona dunque la Luce spirituale ai raggi del sole che, in controluce, ci consentono di osservare le miriadi di granelli di polvere che normalmente non percepiamo: allo stesso modo, la luce di questo Nome ci aiuta a guardare con onestà le cose che in noi tendono al negativo, e attirano così nella nostra vita anche eventi spiacevoli.

Meditazione.

Ora, concentrando la tua visione sulle lettere ebraiche della radice del Nome, senza pensare ad altro, respira e, lasciandoti permeare profondamente e a lungo dal suo significato, pronuncia questa intenzione:

la luce splende. Io riconosco le forze negative che ancora sono attive in me. I miei impulsi reattivi non sono più misteriosi; per il potere di questo Nome divengono cose del passato.

 Esortazione angelica.

Yehuiah esorta ad alzare lo sguardo in alto, per constatare che tutto si sospinge verso la Luce, e incoraggia a non identificarsi con il mondo tenebroso, ma con l’azione creatrice di Luce.

SIMBOLOGIA OCCULTA.

Corrispondenze con le simbologie degli Arcani maggiori.

A ciascuna delle 22 lettere ebraiche sono associati dei numeri, dunque ad esse possono venire associate anche corrispondenze con le relative simbologie dei 22 Arcani maggiori dei Tarocchi; questo può essere interessante per chi desidera interrogare questi simboli sul piano dell’introspezione psicologica. In questo caso la radice yod-het-waw risponde alla configurazione: “la Ruota – il Papa – l’Innamorato”, da cui la riflessione interiore suggerita dalle domande poste da questi arcani. Chiede la Ruota (il ciclo del mutamento): che ciclo si è concluso, cosa devo cambiare? Quali sono le mie opportunità? Cosa mi aiuta? Cosa sto ripetendo? Quale enigma emozionale mi blocca? Che cosa comunico agli altri e con quali mezzi? Ho un ideale? Chiede il Papa: (l’ideale, il ponte, il mediatore) che cosa comunico agli altri e con quali mezzi? Ho un ideale?  Chiede l’Innamorato (l’androgino divino, il libero arbitrio, la ricerca della Luce): in quali relazioni sono coinvolto? Che scelte devo operare?

CORI DI APPARTENENZA E ARCANGELI DI INFLUENZA.

Rimando infine al Coro e alle energie arcangeliche che dispensano influenze ai nati fra il 3 e il 7 settembre. L’angelo Yehuiah appartiene al Coro degli Angeli Potestà guidato dal severo Arcangelo Camael. La decade che qui interessa (quella dal 3 al 12 settembre) cade sotto il dolce Arcangelo Haniel; mentre il segno della Vergine è sotto l’influsso dell’Arcangelo Michele. Con amorevolezza vi rinvio a tali entità angeliche: i nati in questi giorni sono invitati a consultarle, insieme a quella del loro Angelo Custode Yehuiah. Infatti anche le energie di questi Arcangeli sono al loro fianco. Infine bisogna ricordare che una specifica influenza sulla persona è esercitata anche dall’Angelo che aveva reggenza nell’orario della nascita.

 

Lehahiah, angelo 34, dei nati fra l’8 e il 12 settembre.

Lehahiah, o Lehehiyah, è il 34esimo Soffio e il secondo raggio angelico nel Coro marziano degli Angeli Potestà, nel quale amministra le energie di Saturno. Il suo elemento è la Terra; ha domicilio Zodiacale dal 15° al 20° della Vergine ed è l’Angelo Custode dei nati dall’8 al 12 settembre. I sei Angeli Custodi della Vergine sono potenze che collettivamente fanno dei loro nati persone acute, comunicative, servizievoli, laboriose e precise.

Il nome di Lehahiah significa “Dio di conoscenza” o “Dio clemente”.

Il dono dispensato da Lehahiah è la RETTITUDINE.

Dice Haziel che questo Angelo concede i suoi doni e poteri all’individuo perché questi li metta a disposizione di qualche figura di valore, o storicamente importante, per assisterla con devozione, rispetto, serietà, lealtà e disciplina, ed esserne in cambio generosamente ripagato. Nella vita quotidiana questa prerogativa si traduce nella tendenza, per i protetti da Lehaiah, a godere della piena fiducia da parte dei superiori, che in ambito professionale concederanno loro ogni genere di ricompensa legata al lavoro. Questo Angelo ama chi lavora duramente, ma concede la completa sicurezza nella continuità dell’impiego. I suoi protetti dovranno restare a stretto contatto con i loro capi, poiché l’ascesa dei superiori implicherà anche la loro; e con l’aiuto dell’Angelo potranno raggiungere posizioni invidiabili. Dice Haziel che Lehahiah struttura mirabilmente la vita materiale e se invocato imprime una forte accelerazione a tutte le nostre azioni. La sua energia propizia l’affermazione del grande industriale, dell’uomo che scolpisce la propria opera con tutta la forza dell’ambizione; ogni cosa, nella vita delle persone da Lui protette, avrà una sfumatura militare. Quest’Angelo conferisce forma definitiva al progetto che la persona difende ardentemente, possibilmente ad indirizzo nobile ed elevato. Protegge i re e i principi, assicurando solidità al regno e inducendo i sudditi alla lealtà che si prova verso coloro di cui si riconosce il carisma. 

Secondo la Kabbalah, tre versetti dell’Esodo (ciascuno composto da 72 lettere), celano il codice dei 72 Nomi di Dio; e precisamente i versetti 19, 20 e 21 del capitolo 14. Riguardo all’origine precisa delle lettere nel trigramma di questo Nome la lettera Lamed (aiguillon de boeuf) proviene da: “l’Angelo di Dio che stava davanti al campo di Israele si mosse e si mise dietro di loro” (Esodo 14, 19). La He (finestra), da: “questa nube da un lato (cioè per alcuni) era tenebrosa, dall’altro (cioè: per altri) rischiarava la notte” (Es. 14, 20). La Heit (barriera), da: “e l’Eterno ritirò il mare con forte vento da Oriente” (Es. 14, 21). Ne esce l’immagine di una dirittura spirituale che consente di adattarsi a tutte le situazioni. Questi segni suggeriscono anche che l’energia di questo angelo aiuti a mantenersi calmi nei momenti in cui potremmo farci prendere dalla collera: Lehahiah è infatti considerato anche l’angelo del placarsi … viceversa (non per niente) l’angelo avversario induce proprio violenza e collera!

Lehahiah secondo Sibaldi.

Lehehiyah lamed-he-heth

«La mia crescita spirituale cerca la sua legge sempre più in là»

I protetti di questa Potestà crescono come bambini, per tutta la vita. Il mondo, la mente, il corpo – anche il loro proprio corpo – sono e rimarranno sempre, per i Lehehiyah, luoghi di scoperte: ciò che ne sanno oggi, lo supereranno domani; e qualunque cosa ne possano imparare dagli altri, diverrà per loro una sfida ad andare oltre. Era un Lehehiyah l’esploratore Henry Hudson, che nel Cinquecento cercava il passaggio a Nordovest del continente americano, per allargare ancor di più i confini del mondo conosciuto; e Lev Tolstoj, che fino a ottant’anni continuò a distruggere sistematicamente le certezze altrui, senza che né le persecuzioni del regime, né la scomunica della sua Chiesa bastassero a fermarlo; e Riccardo I, detto Cuor di Leone, che non riusciva proprio a restarsene seduto sul suo trono, tanto lo attiravano le imprese sempre nuove: in Palestina, a Cipro, in Francia; e Jesse Owens, l’atleta nero che a Berlino, nel 1936, non si limitò a far infuriare il Führer battendo gli ariani nei cento metri, ma come per dispetto vinse subito dopo altre tre medaglie d’oro. Vincere, anzi trionfare, è appunto una delle esigenze fondamentali dei Lehehiyah. Non si accontentano dell’emozione del limite infranto, vogliono conquistare il vasto territorio che si apre più in là; non basta, a loro, dimostrare che un’opinione o una teoria altrui è insufficiente, ma ne strutturano dettagliatamente una nuova – che poi puntualmente supereranno ancora, di lì a non molto. Quale che sia il campo a cui abbiano scelto di dedicare le loro ricerche (ricerche scientifiche o di nuove forme espressive, di primati da battere, di nuovi mercati o di una nuova morale), diventano perciò con grande facilità individui di spicco. Li aiuta, in questo, anche l’abilità con la quale sanno farsi valere, suscitando irresistibilmente il rispetto sia dei colleghi sia anche, e soprattutto, dei superiori. I capi, in particolare, li amano: avvertono, nei Lehehiyah, un modo di pensare simile al loro, una competenza dirigenziale, e non è raro che accanto a un direttore generale, o sindaco, o presidente di qualcosa si trovi un consigliere o magari un coniuge o un amante nato in questi giorni, che dà consigli e comunica energia. I Lehehiyah si accorgono presto di avere questa prerogativa con i potenti, e di solito sanno sfruttarla bene. Più avanti (superandosi sempre, com’è loro uso) arrivano anche a intuirne le ragioni profonde: nei capi essi proiettano quello che è il vero motore e il vero obiettivo della loro crescita perenne: il loro Atman, il Sé, come direbbero gli psicologi. Si accorgono cioè di vedere, nei superiori, la parte migliore di se stessi: vi scorgono qualità che loro stessi hanno e che devono sviluppare, o modi efficaci di correggere qualche difetto che in se stessi hanno notato. E questa identificazione esercita un inconscio potere fascinatorio a cui nessun capo riesce a sottrarsi. Ma non appena i Lehehiyah si accorgono di questa dinamica, cessano di averne bisogno: la loro crescita diviene allora un autonomo slancio dello spirito e trova forme sempre più anarchiche e innovative, tali che nessuno status quo può più contenerle. Allora, veramente, cominciano a cambiare il mondo, come avviene a molti protagonisti tolstoiani e come avvenne a Tolstoj stesso nella seconda metà della sua vita. Due gravi rischi minacciano tuttavia questa bella evoluzione dei Lehehiyah. Il primo è la collera, insidia immancabile di ogni crescita spirituale. La loro insofferenza per la routine può trasformarsi in un’indignazione, in un odio addirittura, per coloro che nella routine si sono rassegnati a vivere: questo è, da ogni punto di vista, un errore, un voltarsi indietro invece di guardare avanti, un fermarsi a esigere l’approvazione di chi non ha e non comprende le loro doti. È una debolezza che nasconde, in realtà, una paura delle altezze che il Lehehiyah potrebbe raggiungere. Ma è anche una tentazione fortissima: l’indignazione inebria, è emozionante sentirsi eroi, profeti, davanti alla gente che ancora non sa. Il guaio è che quella gente è, nel mondo, una schiacciante maggioranza, e un Lehehiyah che si abbandoni alla collera nel guardarli può precipitare facilissimamente nella disperazione, se non ha modo di farsi ascoltare come vorrebbe, o persino nella spietatezza verso i suoi sottoposti, se nel frattempo ha acquisito un qualche potere (come avvenne per Marcos, dittatore delle Filippine), o magari verso i parenti, se il Lehehiyah è il capo famiglia. L’altro rischio è il ripiegarsi su se stessi, il trasformare la voglia di superare i limiti altrui in un’eccessiva attenzione per i propri. Il vigore con cui i Lehehiyah sanno distruggere le vecchie certezze diviene allora una dolorosa ansia di perfezione personale che fa di ogni loro difetto, anche minimo, un problema assurdamente enorme. Il perfezionismo è un sintomo di nevrosi, un segnale di allarme: per i Lehehiyah – anche per i più dotati fra loro – può diventare una passione infinita da cui, senza accorgersi, si lasciano avvolgere, come da un vortice. L’introversione ossessiva che ne deriva può portarli alla paralisi esistenziale. Il Lehehiyah Cesare Pavese imboccò a un tratto questa strada e, pur con tutta la grandezza del suo animo, non riuscì più a uscirne. L’antidoto sarebbe semplice: un po’ di autoironia, di leggerezza, nel pensare a sé stessi; ma occorre cogliere per tempo i sintomi del perfezionismo, prima che le enormi energie dei Lehehiyah se ne lascino ipnotizzare.

Il bambino Lehehiyah.

Ai piccoli Lehehiyah insegnate soprattutto a ridere. Che sia bello lo sanno tutti; voi, in più, spiegategli che è un’arte, e che è sapienza: il riso esplora l’anima umana, ne dissolve le ombre, gli intralci, i terrori. È impossibile ridere senza crescere, senza capire qualcosa di nuovo e di sorprendente: e poiché il nuovo appassiona i Lehehiyah più di qualsiasi altra cosa, troverete in loro non soltanto ottimi compagni ma anche, ben presto, maestri di risate. Ovviamente occorrerà che sia un ridere di prim’ordine: adoperate i film di Charlie Chaplin, Stanlio e Ollio, Buster Keaton e altri comici geniali, i classici dei cartoni animati e, appena possibile, i Simpson, Totò, Billy Wilder e qualche commedia all’italiana. Dal canto vostro, fate del vostro meglio per tutto ciò che riguarda le sorprese buffe, gli scherzi, le battute su chiunque. L’educazione dei piccoli Lehehiyah diverrà, in tal modo, piacevolissima, e fornirete loro lo strumento principale per quella voglia, quel bisogno di superare le vecchie certezze e i luoghi comuni, che fin dall’adolescenza diverrà la loro principale caratteristica. Tenete presente che, da grandi, o rideranno o saranno troppo seri. Meglio dunque che sviluppino da subito i muscoli del riso, la più bella di tutte le ginnastiche.

Claviculae Angelorum:

Protezione contro la collera. Crescita spirituale. Il dono di saper chiedere e di saper ricevere, sia dall’ altra gente, sia dal Cielo.

Qualità di Lehahiah e ostacoli dall’energia “avversaria”.

Lehahiah sviluppa la capacità di ascolto, disponibilità, comprensione, obbedienza; altruismo, fedeltà, serietà. Comprensione delle Leggi divine. Capacità di rendersi preziosi ai superiori; senso dell’ordine e della disciplina; rigore. Dona inoltre la capacità di riappacificare i contendenti e la facoltà di placare ogni sorta di violenza e ira.  L’Angelo dell’Abisso a lui contrario si chiama Raner e rappresenta la violenza e la collera pericolosa. Provoca discordia, liti, guerra e rivoluzione.

Meditazione associata al Nome.

La meditazione associata a Lehahiah si chiama chiama “relativizzarsi”. Secondo la Kabbalah, infatti, la vibrazione di queste lettere consente di percepire come tutto quello che vediamo nella vita materiale altro non è che un’emanazione dell’Albero della Vita e concede, attraverso un’intima tensione, di collegarsi trascendendo l’ego: cioè relativizzando tutto quello che crea attaccamento alle nostre opinioni e riducendo così i blocchi e la staticità che ne discendono.

Meditazione.

Ora, concentrando la tua visione sulle lettere ebraiche della radice del Nome, senza pensare ad altro, respira e, lasciandoti permeare profondamente e a lungo dal suo significato, pronuncia questa intenzione:                                                                                                                                         

per la Luce di questo Nome trascendo il mio ego e mi tendo verso l’Albero della Vita. Ora che mi distacco dall’ego la felicità riesce a raggiungermi. Io lascio cadere la testardaggine e coltivo l’arte di non boicottami da solo.

Esortazione angelica.

Lehahiah esorta a orientare le proprie energie verso un progetto universale, diventando coscienti delle proprie potenzialità e mettendole al servizio del bene comune.

Giorni e orari di Lehahiah.

Se sei nato nei suoi giorni di reggenza Lehahiah è sempre in ascolto per te; ma in particolare le sue energie si schiudono nelle date del tuo compleanno e negli altri 5 giorni che ti sono dati dal calcolo della Tradizione. Suoi giorni di reggenza sono anche: 10 febbraio, 24 aprile, 7 luglio, 20 settembre, 1 dicembre; ed egli governa ogni giorno, come “angelo della missione”, le energie dalle h.11.00 alle 11.20. Assiste perciò, in particolare, anche i nati in questi giorni e in questo orario, in qualunque data di nascita, ed è questo l’orario migliore in cui tutti lo possono invocare. La preghiera tradizionale rivolta a Lehahiah è il 3° versetto del Salmo 130: Speret Israel in Domino ex hoc nunc et usque in saeculum (spera Israele nel Signore, ora e sempre).

SIMBOLOGIA OCCULTA.

Corrispondenze con le simbologie degli Arcani maggiori.

A ciascuna delle 22 lettere ebraiche sono associati dei numeri, dunque ad esse possono venire associate anche corrispondenze con le relative simbologie dei 22 Arcani maggiori dei Tarocchi; questo può essere interessante per chi desidera interrogare questi simboli sul piano dell’introspezione psicologica. In questo caso la radice lamed-he-heth risponde alla configurazione: “l’Appeso – la Giustizia – il Papa“, da cui la riflessione interiore suggerita dalle domande poste da questi arcani. Chiede l’Appeso (sosta, meditazione, dono di sé stessi) che cosa devo sacrificare? Che cosa devo dare di me stesso? Cosa devo fermare? Cosa devo ascoltare?   Chiede la Giustizia: (l’equilibrio, la perfezione) cosa devo riequilibrare o armonizzare? Da quale cosa inutile devo liberarmi? qual è la mia idea di perfezione? Come mi comporto rispetto alla maternità? Chiede il Papa (il mediatore, il ponte, l’ideale): cosa dice la Tradizione, la Legge? Che cosa comunico e con quali mezzi? Sto trasmettendo qualcosa a qualcuno? Ho un ideale?

CORI DI APPARTENENZA E ARCANGELI DI INFLUENZA.

Rimando infine al Coro e alle energie arcangeliche che dispensano influenze ai nati fra l’8 e il 12 settembre. L’angelo Lehahiah appartiene al Coro degli Angeli Potestà guidato dal severo Arcangelo Camael. La decade che qui interessa (quella dal 3 al 12 settembre) cade sotto l’Arcangelo Haniel; mentre il segno della Vergine è sotto l’influsso dell’Arcangelo Michele. Con amorevolezza vi reinvio a tali entità angeliche: i nati in questi giorni sono invitati a consultarle, insieme a quella del loro Angelo Custode Lehahiah. Infatti anche le energie di questi Arcangeli sono al loro fianco. Infine bisogna ricordare che una specifica influenza sulla persona è esercitata anche dall’Angelo che aveva reggenza nell’orario della nascita.

 

Chavakiah, angelo 35, dei nati fra il 13 e il 17 settembre.

Chavakiah, o Chavaquiah, o Kavaquiah, o Kawaqiyah, è il 35esimo Soffio e il terzo raggio angelico nel Coro marziano degli Angeli Potestà, nel quale amministra le energie di Giove. Il suo elemento è la Terra; ha domicilio Zodiacale dal 20° al 25° della Vergine ed è l’Angelo Custode dei nati dal 13 al 17 settembre. I sei Angeli Custodi della Vergine sono potenze che collettivamente fanno dei loro nati persone acute, comunicative, servizievoli, laboriose e precise.

Il nome di Chavakiah significa “Dio che dà la Gioia”.

Il dono dispensato da Chavakiah è la RICONCILIAZIONE.

Dice Haziel che Chavakiah incita a riconquistare il mitico Eden che siamo stati costretti a lasciare: per questo l’ ‘Io-morale’ dei suoi nati ” troverà possibile espressione in spedizioni benefiche attuate in aree pericolose“. Essi, cioè, potranno trovarsi a doversi spendere a favore di persone problematiche o comunque in gravi difficoltà. Queste esperienze avranno lo scopo di far comprendere ai protetti da questo Angelo che devono procedere a una revisione interiore, compiere una sorta di viaggio in se stessi per conoscersi più a fondo. Invocandolo potranno ricevere un grande aiuto in questo percorso, ottenendo perdono dagli altri gioia di vivere in pace e in armonia con tutti, ma anche doni materiali attraverso lasciti ereditari. Con il suo aiuto potranno riconciliarsi con l’Unità e con i Principi Eterni, mentre nella vita quotidiana l’influenza dell’angelo si manifesterà attraverso le riconciliazioni, anche con persone dagli interessi opposti. La necessità di una riconciliazione potrà emergere in particolare, nella loro vita, come ostacoli sul piano dei rapporti familiari o di lavoro, dunque tema da esprimere proprio attraverso il lavoro o la famiglia. Potranno anche trovarsi a convivere o a lavorare in ambienti difficili o ostili (o che gli appariranno tali, e con i quali dovranno appunto riconciliarsi).

E’ attraverso l’esperienza di tali ostacoli che passerà la riconquista del loro “Paradiso perduto”. Secondo la Kabbalah, il codice dei 72 Nomi di Dio è celato nei tre versetti 19, 20 e 21 del capitolo 14 dell’Esodo (ciascuno composto da 72 lettere). Nel trigramma di questo Nome la lettera caph (palmo della mano) proviene da: “l’Angelo di Dio che stava davanti al campo di Israele si mosse e si mise dietro di loro” (Esodo 14, 19). La waw (gancio), da: “questa nube era tenebrosa da un lato, dall’altro rischiarava la notte” (Es. 14, 20). La qof (cruna dell’ago), da: “e l’Eterno ritirò il mare con forte vento da Oriente (l’Est)” (Es. 14, 21). Queste lettere, interpretate in relazione alle loro origini, danno l’immagine della relazione d’amore che conduce all’unione sessuale. Per questo Chavakiah è considerato anche l’angelo dell’unione amorosa, e – nel cammino spirituale – quello del ritorno al Paradiso. Questi segni ci dicono anche che Chavakiah aiuta ad armonizzare le nostre pulsioni più istintive, dunque la sua vibrazione orienta la passione sessuale.

Chavakiah secondo Sibaldi.

Kawaqiyah kaph-waw-qoph

«Io imparo a dominare ciò che limita e opprime»

Questa Potestà può rivelarsi un maestro particolarmente severo con i suoi protetti. Li dota di alte aspirazioni, di talenti creativi, di un intenso bisogno di crescita spirituale, e al tempo stesso sembra disporre apposta le circostanze della loro vita perché li ingarbuglino in una serie di conflitti faticosi, soprattutto in famiglia. Il loro desiderio di orizzonti più ampi non fa che crescere, e intanto i loro pensieri e le loro forze sono sempre più assorbite dai problemi affettivi: gli anni passano, e i Kawaqiyah cominciano a sentirsi decisamente infelici, ad abituarsi alle tensioni dolorose e a sviluppare solo quei tratti della propria personalità che permettano di sopportarle, invece di quelli che occorrerebbero per realizzare qualcos’altro di più bello. Diventano, in tal modo, esperti delle attese troppo lunghe, delle sconfitte morali, e – unica consolazione – imparano a vedere quanta parte della vita del prossimo sia simile alla loro, e in quale misura ciò influisca complessivamente sul malessere della società in cui vivono. Si direbbe che il loro Angelo li abbia candidati al pessimismo, e che il loro compito sia di mostrare a tutti come si possa resistere a lungo allo stress delle speranze deluse. Così è, infatti, fino a che i Kawaqiyah credono di desiderare quei loro ampi orizzonti soltanto per sé. La loro vera vocazione è invece quella di guidare altri. Sono maestri, e le loro pesanti esperienze servono appunto a formarli in tal senso: non appena se ne accorgono, diventano i migliori educatori delle aspirazioni altrui, i più tolleranti verso le altrui sconfitte e frustrazioni, i più acuti analisti dei meccanismi segreti della viltà, dell’odio, della rassegnazione e (il medico cura se stesso) solo aiutando gli altri a superare tutti questi mali dell’esistenza li superano loro stessi, trovando finalmente il proprio posto nel mondo. Shakespeare conosceva questo Angelo? Se no, è una coincidenza davvero sorprendente che sia riuscito a darne un ritratto talmente preciso, nella prima parte dell’Enrico IV. Lì, il giovane e intralciatissimo erede al trono, Enrico V, dice di sé, in uno dei suoi momenti più cupi: […] Imiterò il sole, che permette alle nubi basse e infette di soffocare la sua bellezza e di sottrarla al mondo: ma quando si compiace di esser sé stesso nuovamente, desiderato qual era, suscita ancor maggiore meraviglia. E riesce poi a liberarsi sia dalle umiliazioni subite, sia dal peso della delusione paterna, proprio mettendosi a guida di molti per riportare la pace in patria; tale ritratto scespiriano è tanto più significativo in quanto il vero Enrico V era nato un 16 di settembre. E il 13 nacque David Herbert Lawrence, che in Figli e amanti e ne L’amante di Lady Chatterley narrò appunto di ribellioni e di liberazioni da frustranti grovigli domestici. Natural Born Killers, del Kawaqiyah Oliver Stone, comincia proprio in una famiglia-incubo da cui la protagonista evade; e i romanzi della Kawaqiyah Agatha Christie esaminano accuratamente i segreti di certe case da cui l’evasione non si è tentata, o si è tentata troppo tardi. I Kawaqiyah consapevoli della propria funzione sociale diventano ottimi psicologi, notai, avvocati civilisti, memorabili insegnanti di ogni ordine di scuola, o sacerdoti che, sostituendo alla famiglia la Madre Chiesa, trovano la forza necessaria a considerare i problemi dei fedeli più importanti dei propri. I Kawaqiyah più oltranzisti ampliano la scala del loro intervento: invece che alle tensioni tra l’individuo e famiglia, si dedicano a quelle tra l’io e la società in cui è cresciuto. Sono sociologi o antropologi illuminati; molto forte, in loro, è la voglia di credere che in altre culture arcaiche gli Occidentali possano evadere con successo dai propri traumi e trovare strumenti di rigenerazione: così il Kawaqiyah Fenimore Cooper, ai primi dell’Ottocento, guardava alla prateria americana o alla sapienza dei nativi, e anche Lawrence esplorò fiduciosamente culture ancestrali, dopo essersi lasciato alle spalle l’Inghilterra, per lui tanto opprimente. Il passo successivo, lungo questa via esotica, è naturalmente la vocazione di guru, vero compimento delle predisposizioni kawaqiane. Da avvicinare con prudenza sono invece quei Kawaqiyah che non solo non siano riusciti a trascendere i propri tormenti personali, ma si siano adeguati a ciò che essi conoscono della vita famigliare e del loro mondo. Invece di cercarne una fuga o una migliore comprensione, si incaricano di riprodurre a loro volta i problemi di cui hanno sofferto: nelle loro relazioni e nel loro ambiente rappresentano l’aspetto più conservatore, impegnandosi spesso – ansiosamente addirittura – a tarpare e raffreddare gli animi altrui, come per vendicarsi su di loro delle castrazioni subite in gioventù. Sono tiranni meticolosi e ottusi, o maestri di conformismo e codardia, tanto più pericolosi in quanto raramente se ne accorgono: quando riflettono su sé stessi, si convincono immancabilmente delle loro ottime intenzioni, e per giustificare i propri errori, ne danno la colpa ad altri o alle circostanze. Pochi sono più sordi di loro; pochi godono più di loro nel fare sottilmente danno a chi li ascolta.

Il bambino Kawaqiyah.

I Kawaqiyah impongono in casa, fin da piccoli, un duro gioco d’astuzia, una specie di corrida al contrario, nella quale il toro denuncia le persecuzioni subite dai toreri e ne trae pretesti per attaccarli. I tori naturalmente sono loro stessi; le persecuzioni sono spesso presunte, o esagerate ad arte; i loro attacchi invece sono veri, e anche la sofferenza che dietro a essi si avverte è autentica: l’animo dei piccoli e dei giovani Kawaqiyah è realmente lacerato da bisogni profondi, disperati talvolta – con i quali tuttavia voi c’entrate ben poco. Prendersela con voi non è che un modo improprio di chiedervi aiuto: non cascate nell’equivoco, non reagite alle provocazioni; anche se ci vorrà molta pazienza perché arrivino a capirlo, quell’angoscia dei Kawaqiyah è una questione puramente interiore, e devono imparare a dissolverla affrontando solo se stessi. Quando cominceranno a farlo, scopriranno la loro vocazione di grandi conoscitori dell’animo umano. Voi aiutateli evitando di dare, dal canto vostro, il benché minimo appiglio alla loro voglia di conflitti, e insegnando a smussare ragionevolmente ogni altro contrasto in famiglia. Impedite loro, a ogni costo, di immobilizzarsi nel ruolo della vittima, e vigilate perché non cerchino di proporsi in tale veste nemmeno con i loro coetanei. Sarà dura, ma non impossibile. E se più avanti, da adulti, avranno ricadute, ripensando al vostro sostegno ne verranno fuori molto più facilmente.

Claviculae Angelorum:

La perenne ricerca del proprio cammino. Protezione contro i dissidi famigliari. Il dono di saper indicare agli altri la loro missione e di aiutarli a superare gli ostacoli. La scoperta di tesori antichi.

 Qualità di Chavakiah e ostacoli dall’energia “avversaria”.

Chavakiah sviluppa la capacità di superare le difficoltà e di perdonare; di vivere senza attriti con gli altri e di essere sempre magnifici e generosi. Dona amore per la condivisione, consapevolezza superiore, spirito di pace e di armonia; pacificazione, gioia di vivere, amore fraterno. Infonde grande senso del dovere e generosità fino al sacrificio di sé. Il dono della Riconciliazione offerto da Chavakiah è infatti una consapevolezza che conduce a ri-unirsi: alla vita, al mondo, a tutto ciò che esiste, che ci sia noto o ancora sconosciuto. E’ una consapevolezza superiore, in quanto l’uomo comune ignora il fatto che noi stessi siamo, letteralmente, ciò che ci circonda, e nulla esiste se non in funzione di tutto il resto: dunque ogni cosa, noi compresi, è concatenata all’altra; ogni essere è se stesso ed è anche ogni altro. L’Angelo dell’Abisso a lui contrario si chiama Lamalon e rappresenta il desiderio di vendetta. Causa eccessiva severità, discordia familiare, egoismo, litigiosità. Provoca tensioni e problemi in famiglia, competizione e liti fra fratelli, fino a causare inimicizia e procedimenti legali che si risolvono a danno di tutti.

 Meditazione associata al Nome.

La meditazione associata a Chavakiah si chiama chiama “energia sessuale”. Secondo la Kabbalah la sessualità è una forza che stimola anch’essa la coscienza superiore ardendo di energia intensa; ma non basta “accenderla” e lasciarsene travolgere: è necessario sintonizzarsi anche con l’essenza spirituale del sesso. Questo Nome è una sorta di chiave d’accensione.

Meditazione.

Ora, concentrando la tua visione sulle lettere ebraiche della radice del Nome, senza pensare ad altro, respira e, lasciandoti permeare profondamente e a lungo dal suo significato, pronuncia questa intenzione:                                                                                                                                             

per l’energia di questo Nome purifico i miei desideri, così da riuscire a condividere amore ed energia con la persona che amo, mettendo i suoi desideri ancor prima dei miei. Risveglio l’energia sessuale perché essa contribuisca ad elevare tutta la mia esistenza. Torno a riempirmi di tutta la Luce che perdevo restando spento o egoista nei desideri della passione.

Esortazione angelica.

Chavakiah esorta a trascendere le proprie rigidità per coltivare in sé la condivisione, la fiducia, la capacità di fondersi con l’altro e operare per il bene universale da cui discende anche ogni felicità personale.

Giorni e orari di Chavakiah.

Se sei nato nei suoi giorni di reggenza Chavakiah è sempre in ascolto per te; ma in particolare le sue energie si schiudono nelle date del tuo compleanno e negli altri 5 giorni che ti sono dati dal calcolo della Tradizione. Suoi giorni di reggenza sono anche: 11 febbraio, 25 aprile, 8 luglio, 21 settembre, 2 dicembre; ed egli governa ogni giorno, come “angelo della missione”, le energie dalle h.11.20 alle 11.40. Assiste perciò, in particolare, anche i nati in questi giorni e in questo orario, in qualunque data di nascita, ed è questo l’orario migliore in cui tutti lo possono invocare. La preghiera tradizionale rivolta a Chavakiah è il 1° versetto del Salmo 115: Dilexi quoniam exaudit Dominus vocem orationes meae (amo il Signore, perché ascolta il grido della mia preghiera).

SIMBOLOGIA OCCULTA.

Corrispondenze con le simbologie degli Arcani maggiori.

A ciascuna delle 22 lettere ebraiche sono associati dei numeri, dunque ad esse possono venire associate anche corrispondenze con le relative simbologie dei 22 Arcani maggiori dei Tarocchi; questo può essere interessante per chi desidera interrogare questi simboli sul piano dell’introspezione psicologica. In questo caso la radice lamed-he-heth risponde alla configurazione: “La Forza – l’Innamorato – il Sole“, da cui la riflessione interiore suggerita dalle domande poste da questi arcani. Chiede la Forza (inizio creativo, nuova energia): qual è, e dov’è, la mia forza? Dove si colloca? In che cosa faccio ricorso alla mia sessualità? Quali sono i miei desideri? Cosa intendo domare? Chiede l’innamorato (l’androgino divino, il libero arbitrio, la ricerca della Luce): in quali relazioni mi trovo coinvolto? Che scelte devo operare? Qual è il mio stato emozionale? Chiede il Sole (cosa mi dà veramente energia, piacere, successo? Sono amato? Che immagine ho di mio padre? Come posso costruire qualcosa di nuovo?

CORI DI APPARTENENZA E ARCANGELI DI INFLUENZA.

Rimando infine al Coro e alle energie arcangeliche che dispensano influenze ai nati fra il 13 e il 17 settembre. L’angelo Chavakiah appartiene al Coro degli Angeli Potestà guidato dal severo Arcangelo Camael. La decade che qui interessa (quella dal 13 al 23 settembre), e il segno della Vergine, sono entrambi sotto l’influsso dell’Arcangelo Michele. Con amorevolezza vi rinvio a tali entità angeliche: i nati in questi giorni sono invitati a consultarle, insieme a quella del loro Angelo Custode Chavakiah. Infatti anche le energie di questi Arcangeli sono al loro fianco. Infine bisogna ricordare che una specifica influenza sulla persona è esercitata anche dall’Angelo che aveva reggenza nell’orario della nascita.

 

Menadel, angelo 36, dei nati fra il 18 e il 23 settembre.

Menadel, o Manade’el, è il 36esimo Soffio e il quarto raggio angelico nel Coro marziano degli Angeli Potestà, nel quale amministra proprio le energie di Marte. Il suo elemento è la Terra; ha domicilio Zodiacale dal 25° al 30° della Vergine ed è l’Angelo Custode dei nati dal 18 al 23 settembre. I sei Angeli Custodi della Vergine sono potenze che collettivamente fanno dei loro nati persone acute, comunicative, servizievoli, laboriose e precise.

Il nome di Menadel significa “Dio adorabile”.

Il dono dispensato da Menadel è il LAVORO.

Per parlare di questo angelo Haziel prende spunto dall’osservare che sul piano spirituale Menadel è un gradino nella scala che conduce a Chavakiah (l’Angelo del ritorno al Paradiso): anche sotto la sua guida, dunque, l’individuo è spinto a compiere un arduo lavoro di riflessione su se stesso. Secondo Haziel Menadel ispira soggezione anche ai mistici, perché è il “caporeparto” della Fabbrica Divina, in quanto rappresentante del Capo stesso (in questo caso – in quanto nel suo Coro dispensa le energie di Marte, dell’Arcangelo Camael che lo dirige): spetta a lui indicarci il lavoro che dobbiamo svolgere. (…) Diciamo dunque che a noi spetta ricevere da lui (in quanto operai dell’Opera Divina) le disposizioni inerenti alle nostre mansioni. Egli ci indica in cosa consista il nostro nuovo lavoro, là dove nulla è ancora cominciato. I nati in questi giorni sono portati ad affrontare le difficili situazioni che si presentano negli esordi: per esempio lavorando in aziende appena create o creandone di nuove; comunque affrontando le difficoltà e le incertezze degli inizi. Nella loro vita la dimensione del lavoro sarà particolarmente importante: potrà essere la strada attraverso cui essi troveranno piena realizzazione, oppure proprio il terreno in cui si addenseranno gli ostacoli che li metteranno alla prova nella vita quotidiana, in qualche attività professionale complicata per intoppi di varia natura. Utile dunque ricordare che la Preghiera a Menadel risolve proprio le difficoltà inerenti al lavoro ed all’impiego.

Menadel secondo Sibaldi.

Manade’el mem-nun-daleth

«Dal luogo in cui sono rinchiuso io posso generare abbondanza»

 Il 20 settembre 1870 le truppe del nuovissimo Regno d’Italia entrarono a Roma, abbattendo definitivamente il greve, oppressivo Stato della Chiesa. Fu una data ben scelta: Manade’el è l’Angelo che d’un tratto distrugge i legami, le prigionie del passato, e permette al futuro di irrompere nella vita degli uomini. I suoi protetti hanno il compito di incarnare questa bella facoltà nella loro vita, di offrirne modelli: accorgendosi di ciò che li frena – tradizioni, famiglie, abitudini, pigrizie, pavidità – e di come crescano nel loro animo le forze che apriranno la breccia.

Al momento opportuno, come lo sbocciare di un fiore, queste forze prenderanno il sopravvento e tutto nella loro vita cambierà di colpo: talento, coraggio, idee, energia mentale e fisica, gioia d’agire e ispirazione cominceranno a riempire le loro giornate e, come per incanto, si presenteranno le occasioni e i colpi di fortuna che la Provvidenza teneva in serbo per ricompensarli. È stato così per il Manade’el Stephen King, che di punto in bianco, dopo anni duri e tristi, divenne uno dei più famosi scrittori del mondo: è capitato anche ad altri, sì, ma King vi riuscì proprio narrando storie di persone che riescono a liberarsi sia dalla prigione della loro esistenza troppo normale, sia dagli incubi e orrori che quell’esistenza fomenta nei meandri della psiche, nel sottosuolo di quella normalità.

Altri celeberrimi Manade’el hanno svolto egregiamente il loro compito: come Sophia Loren, che seppe uscire dalla sua famiglia tanto tradizionalista e dal piccolo cosmo napoletano per diventare una star internazionale; o Umberto Bossi che, tutt’a un tratto e senza precedenti, riscosse la provincia padana dal suo torpore manzoniano e ne fece la forza propulsiva di un movimento nazionale incredibilmente fortunato. Un Manade’el esemplare fu anche Marcello Mastroianni, che per tutta la vita continuò a passare, di colpo, da stati di totale ozio a interpretazioni geniali, per poi ricadere di nuovo, ogni volta, nelle sue torpidità. Tra i Manade’el scienziati spicca Michael Faraday, che scoprì le leggi dell’elettrolisi: di quel fenomeno, cioè, per cui gli elettroni di una sostanza immersa in una certa soluzione, attraversata da una certa corrente, passano dagli ioni della soluzione stessa agli elettrodi di segno opposto – ed è appunto quel che avviene nella vita dei Manade’el, quando tutte le forze che li trattenevano in una determinata situazione si trasferiscono a una situazione nuova e mutano di segno: dalla stasi all’iperattività, da uno sconsolato senso di vuoto e di fine alla meraviglia di un ricchissimo inizio. Dispiace, certo, che per la maggior parte di loro questo risveglio elettrolitico avvenga piuttosto avanti nella vita: oltre i trentotto, spesso, a volte anche oltre i cinquant’anni; e che prima d’allora le loro energie latenti siano state inevitabilmente fruite da vampiri di vario genere o umiliate da quella categoria di persone vili, sempre numerosa, che traggono un particolare godimento dallo scoraggiare coloro che valgono più di loro. Ma tutto serve: compito dei Manade’el è, dicevo, mostrare al maggior numero di persone come la sorte possa improvvisamente cambiare, e come il cambiamento premi sempre gli audaci. Quegli stessi che prima li avevano oppressi diventano poi, in tal modo, il loro pubblico, e quando va bene addirittura i loro allievi, se dall’esempio ricevuto sanno imparare a cambiare a loro volta. E d’ altra parte, con quale senso di pienezza, di fierezza, di gratitudine per il destino i Manade’el possono, alla fine, contemplare i due versanti del loro passato, il prima e il dopo il risveglio! È come se avessero vissuto due vite invece di una: e il loro animo, ampliato da entrambe, sa cogliere sia nell’ una sia nell’altra i significati, i ritmi, i valori e la speciale bellezza. Si pensi alla dolcezza assoluta – e all’ enorme successo – con cui i Manade’el Ray Charles e Gino Paoli seppero cantare l’uno la Georgia, l’altro la gatta, che erano state testimoni dei loro difficili inizi. Ma attenzione: appena un passo in più in quella dolcezza del ricordo, e la nostalgia può rivelarsi il principale nemico dei risvegliati. Pressoché innocua per l’altra gente, la nostalgia in loro può assumere rapidamente proporzioni abnormi, di vera e propria depressione, e riportarli di nuovo all’inerzia, ai blocchi di un tempo. Peggio ancora è quando la nostalgia arriva a configurarsi, nei Manade’el, in un’ideologia conservatrice: in questo caso la loro fortuna cessa di colpo di assisterli, e possono trovarsi molto a mal partito – come avvenne al Manade’el Girolamo Savonarola, che nel prendersela con le nuove mode dei suoi tempi esagerò talmente da venir condannato al rogo. Il suo errore fu nell’invocare il ritorno al passato; se avesse guardato dalla parte opposta, nella prospettiva di un rinnovamento radicale, sarebbe stato certamente tra i precursori della Riforma. I Manade’el lo tengano presente e se ne facciano una regola: c’è sempre moltissimo mondo da scoprire, moltissimo futuro da far diventare presente; quale che sia la loro specialità o attività (e per loro tutte vanno bene, senza eccezione) vi otterranno risultati quanto più sapranno vedere ciò che incatena loro stessi e gli altri a quel che sapevano ieri.

Il bambino Manade’el.

 Avranno due vite, una quieta e dimessa e l’altra in vertiginosa e irresistibile ascesa: voi preparateli, per quanto è possibile, a entrambe. Nella vostra qualità di genitori, sarete ovviamente i pilastri della prima delle due, e potrete perciò godervi tutti i vantaggi dell’avere per casa un piccolo Manade’el obbediente, tenero, fiducioso, anche se forse un pochino abbandonico, talvolta. La principale preoccupazione sarà quella di evitare che questo suo bisogno di protezione si estenda anche fuori casa: che non stabilisca dipendenze qua e là, che non si faccia agganciare, soprattutto, da amichetti abbastanza furbi da plagiarlo. Provvedete perciò, il più possibile di persona, a farlo sentire al sicuro. Nel frattempo, con estrema discrezione, cominciate a intromettere nella sua educazione i primi rudimenti dell’autonomia: disapprovate chi è troppo conformista, mostratevi originali voi stessi, di tanto in tanto, evitate e criticate i luoghi comuni, minate anche (con cautela, mi raccomando) qualche certezza, e proponete libri e film d’avventure. Tale strategia si rivelerà efficace sul lungo periodo; e anzi, quanto più saprete abbondare sia nell’uno sia nell’altro aspetto, tanto più accelererete l’inizio della sua seconda, e indubbiamente più emozionante, fase esistenziale.

Claviculae Angelorum:

 Protezione contro l’avarizia. Protezione contro il timore del nuovo. Protezione contro chi imprigiona e scoraggia. Liberarsi dalle catene. Scoperta di tesori. L’ aiuto della Provvidenza.

Qualità di Menadel e ostacoli dall’energia “avversaria”.

Le qualità che sviluppa Menadel sono carattere disponibile, altruismo, amore verso gli altri; dona grandissima vitalità, potenti energie, vita lunga e felice, in cui il lavoro occuperà grandissimo spazio. Invocato dona mezzi di sussistenza appunto attraverso il lavoro, facilità di ottenere un impiego e sicurezza; liberazione dalla prigionia, dall’oppressione, da false accuse. Infine fa scoprire i beni smarriti o che sono stati rubati e offre il suo l’aiuto per far tornare gli esuli in patria. L’Angelo dell’Abisso a lui contrario si chiama Semlim e rappresenta il blocco e la mancanza di sostentamento. Crea impedimenti, blocca chi ha bisogno di libertà di movimento, aiuta a fuggire i colpevoli che devono rendere conto di colpe commesse. Causa inerzia per timore di conseguenze peggiori, accuse – anche ingiuste, licenziamenti, perdite di impiego, declino delle attività.

 Meditazione associata al Nome.

La meditazione associata a Menadel si chiama chiama “assenza di paura” ed è volta a rimuovere le cause dei timori, non solo a cercare di tenerli sotto controllo. La vita non deve consistere nel convivere con l’ansia venendo a patti con il malessere tra un attacco e l’altro; o con le ragioni che ci fanno temere qualcosa. Bisogna invece tendere a una piena felicità ottenuta grazie a libertà completa e autentico appagamento. Secondo la Kabbalah questo Nome fornisce lo strumento meditativo più efficace per chi vuole raggiungere questo scopo, e non si accontenta di niente di meno.

Meditazione.

Ora, concentrando la tua visione sulle lettere ebraiche della radice del Nome, senza pensare ad altro, respira e, lasciandoti permeare profondamente e a lungo dal suo significato, pronuncia questa intenzione:

per il potere di questo nome ora sorge in me il coraggio di combattere le mie paure. Cosa mi spaventa, e perché? affronto ogni timore proattivamente al livello del seme, lo estirpo alle radici e lo rimuovo definitivamente dal mio essere”.

 Esortazione angelica.

Menadel esorta a cercare la liberazione lasciando cadere ogni paura, nella certezza di essere ripagati per le proprie sofferenze e le prove che ci si trova ad affrontare: il coraggio scaturirà dall’adesione al progetto del Bene in cui siamo sempre assistiti dalle forze spirituali.

Giorni e orari di Menadel.

 Se sei nato nei suoi giorni di reggenza Menadel è sempre in ascolto per te; ma in particolare le sue energie si schiudono nelle date del tuo compleanno e negli altri 5 giorni che ti sono dati dal calcolo della Tradizione. Suoi giorni di reggenza sono anche: 12 febbraio, 26 aprile, 9 luglio, 22 settembre, 3 dicembre; ed egli governa ogni giorno, come “angelo della missione”, le energie dalle h.11.40 alle 12.00. Assiste perciò, in particolare, anche i nati in questi giorni e in questo orario, in qualunque data di nascita, ed è questo l’orario migliore in cui tutti lo possono invocare. La preghiera tradizionale rivolta a Menadel è l’8° versetto del Salmo 25: Domine, dilexi habitaculum domus tuae et locum habitationis gloriae tuae (Signore, amo la casa dove dimori e il luogo dove abita la tua gloria).

SIMBOLOGIA OCCULTA.

Corrispondenze con le simbologie degli Arcani maggiori.

A ciascuna delle 22 lettere ebraiche sono associati dei numeri, dunque ad esse possono venire associate anche corrispondenze con le relative simbologie dei 22 Arcani maggiori dei Tarocchi; questo può essere interessante per chi desidera interrogare questi simboli sul piano dell’introspezione psicologica. In questo caso la radice mem-nun-daleth risponde alla configurazione: “la Morte – la Temperanza – l’Imperatore”, da cui la riflessione interiore suggerita dalle domande poste da questi arcani. Chiede la Morte (trasformazione profonda, rivoluzione, chiusura di un ciclo): qual’ è la mia ira? Cosa deve morire in me? Cosa devo lasciar andare? Chiede la Temperanza (protezione, circolazione, guarigione): Cosa mi protegge? Quale rapporto devo mantenere con me stessa? Che cosa devo curare? Chiede l’Imperatore (stabilità, dominio sul mondo materiale) come va il mio lavoro, la mia vita materiale? Cosa sto costruendo? In che rapporti sono con mio padre, con l’idea di potere?

CORI DI APPARTENENZA E ARCANGELI DI INFLUENZA.

Rimando infine al Coro e alle energie arcangeliche che dispensano influenze ai nati fra 18 e il 23 settembre. L’angelo Menadel appartiene al Coro degli Angeli Potestà guidato dal severo Arcangelo Camael. Il segno della Vergine e la decade che qui interessa (quella dal 13 al 23 settembre) cadono entrambi sotto l’Arcangelo Michele. Con amorevolezza vi rinvio a tali entità angeliche: i nati in questi giorni sono invitati a consultarle, insieme a quella del loro Angelo Custode Menadel. Infatti anche le energie di questi Arcangeli sono al loro fianco. Infine bisogna ricordare che una specifica influenza sulla persona è esercitata anche dall’Angelo che aveva reggenza nell’orario della nascita.

 

Aniel, angelo 37, dei nati fra il 24 e il 28 settembre.

Aniel, o ’Aniy’el, è il 37esimo Soffio e il quinto raggio angelico nel Coro marziano degli Angeli Potestà, nel quale amministra le energie solari. Il suo elemento è l’Aria; ha domicilio Zodiacale dallo 0° al 5° della Bilancia ed è l’Angelo Custode dei nati dal 24 al 28 settembre. I sei Angeli Custodi della Bilancia sono potenze che collettivamente fanno dei loro nati persone sensibili e altruiste, con un profondo senso della giustizia; affascinanti, amanti della Bellezza e dell’arte.

Il nome di Aniel significa “Dio delle virtù”.

Il dono dispensato da Aniel è la PERCEZIONE RIVELATRICE.

Si dice che Aniel rafforza nei suoi protetti la Volontà, rappresentata appunto dalle energie del Sole, facendo di loro persone determinate, volitive e integre. L’energia di Marte si manifesterà invece nella Coscienza (governata dal Sole), eliminando gli errori passati (e il male che ne deriva) e dando all’individuo un carattere equilibrato, privo di aggressività. Dice Haziel che Aniel è l’Angelo chiamato a renderci intelligibile il Disegno Divino. Tuttavia è impossibile apprendere alcunché senza fatica e la caratteristica di Aniel, strettamente legato alla severità dell’Arcangelo del suo Coro, è proprio guidare all’evoluzione attraverso le esperienze e la fatica. Aniel, dunque, mira a farci compiere un lavoro da noi precedentemente omesso; un esito a cui ci spinge la sua discreta insistenza; e allo stesso tempo se invocato corre in nostro aiuto. Tramite Aniel il Messaggio Divino ci penetrerà intensamente o meglio, ne prenderemo nitida coscienza qualora ce ne fossimo parzialmente scordati. L’Azione di Aniel arreca al Mondo un numero ingente di persone dotate di grande energia, che in modo fermo e deciso dispiegano la loro Volontà in seno alla compagine sociale.  Aniel è in effetti anche l’Angelo delle grandi potenzialità; con il suo aiuto i suoi protetti potranno raggiungere la celebrità attraverso il lavoro in qualunque campo; domina sulle scienze, rivela i segreti della natura, ispira le mediazioni e le intuizioni dei saggi e porta la vittoria, liberando da avversità e nemici. Infine è portatore di Amore, e spesso conduce i suoi nati a trovare l’amore proprio nell’ambito del lavoro. Secondo la Tradizione si invoca Aniel anche per vedere oltre le cose e nel futuro.  Viene chiamato anche “Dio Rivelatore” in quanto, per aiutarci a realizzare i nostri sogni, può farci scoprire tesori nascosti, anche di tipo materiale. L’oro e il denaro stesso, infatti, se usati per il Bene sono anch’essi una sorta di “luce condensata” che, utilizzata per realizzare un progetto elevato, consente di agire con maggior efficacia e facilità.

Aniel secondo Sibaldi.

’Aniy’el aleph-nun-yod

«Io divento reale quando mi guardano»

’Aniy, in ebraico, significa «io»: e che gli ’Aniy’el siano egocentrici è dir poco. Fin da bambini si assuefanno all’attenzione altrui come a una droga, e devono consumarne in dosi sempre maggiori: possono così arrivare a compiere anche imprese notevolissime, purché un pubblico li stia guardando; ma quando li si ignora, deperiscono; quando non pensano all’effetto che faranno, pensano cose sbagliate; quando hanno esaurito tutte le loro trovate per sorprendere o incantare gli spettatori (e capita ogni tanto), si lasciano prendere dal panico, o precipitano nella disperazione.

I loro nemici più insidiosi sono, naturalmente, l’impazienza di venir lodati e ammirati e l’incubo di non esserlo più domani. E solo dalla misura in cui riescono a dominare l’una e a ignorare l’altro dipenderanno sia la qualità dello spettacolo che sapranno offrire, sia la durata della loro fama, sia anche il bene che come public persons potranno fare agli altri. Berlusconi, in Italia, è un perfetto esempio di ’Aniy’el in azione.

Quanto alle ragioni di questa loro ansia di celebrità, è presto detto. La loro energia è enorme e i loro bisogni individuali sono invece scarsi per mille motivi: senso di inferiorità, disamore per sé stessi, tendenza al vittimismo, vaghi sensi di colpa eccetera. Per quanto li riguarda, potrebbero benissimo saltare due pasti al giorno e dormire, magari sul divano, cinque notti a settimana. A differenza, dunque, della stragrande maggioranza dei loro contemporanei, che si sfiniscono per garantirsi il necessario e un minimo di superfluo, gli ’Aniy’el si accorgono di disporre d’una valanga di vitalità inutilizzata: ed è esattamente ciò che occorre per diventare public persons.

Ogni essere vivente è infatti attratto dalla vitalità superflua come una mosca dal miele, e del tutto naturalmente gli ’Aniy’el cominciano a trovarsi al centro dell’attenzione. Hanno talmente tanto da dare! È sufficiente che adeguino la loro energia in sovrappiù ai bisogni degli altri, e per attori come loro non c’è nulla di più facile. La gente ha bisogno di divi, di eroi idealisti, di personaggi brillanti da ammirare?

Ed ecco che gli ’Aniy’el diventano divi, eroi e protagonisti mondani esattamente così come la gente ne vuole. La gente ha bisogno di ammirare qualcuno che sappia desiderare moltissimo e di prenderne ispirazione per desiderare di più? Ed ecco che gli ’Aniy’el fingono di avere bisogni enormi. Allo stesso modo potrebbero trasformarsi in santi o in atei radicali, in filibustieri o in benefattori, in servi o in dittatori, purché qualcuno gli dimostri che è quel che la gente vuole. In tal modo il loro senso di inferiorità è medicato dall’approvazione che suscitano, il loro eccesso d’energia trova uno scopo, il loro pubblico trova uno specchio, e si stabilisce uno scambio per tutti fruttuoso. E non che gli ’Aniy’el non abbiano da dare qualcosa di più interessante, di nuovo, di diverso, di più illuminante dei normali bisogni della maggioranza: ma proprio perché non vogliono correre il rischio di venire ignorati nemmeno per un po’, imparano presto a mettere in secondo piano, nella loro carriera pubblica, tutto ciò che la loro epoca non potrebbe ancora apprezzare. A molti di loro questo riesce senza particolari difficoltà: così fu per gli ’Aniy’el Brigitte Bardot, Lech WalÑsa, Jovanotti, Zucchero o Pertini.

Alcuni incontrano qualche complicazione: il filosofo Martin Heidegger, per esempio, pare abbia sofferto non pochi tormenti interiori adeguandosi alle esigenze della Germania nazista; l’amatissimo romanziere Francis Scott Fitzgerald si esaurì precocemente, e anche tragicamente, nel suo ruolo forzato di intellettuale alla moda.

Ma non possono farci nulla: il richiamo della popolarità è irresistibile in tutti gli ’Aniy’el, la mole della loro energia in sovrappiù sarebbe insopportabile per loro se altri (tanti altri!) non li aiutassero a smaltirla.

Mal che vada, quando sono troppo impazienti per osare di più, può avvenire che si accontentino di un pubblico ristretto: che, per esempio, si limitino a fare gli insegnanti, o i commessi in un negozio, o gli addetti alla reception di un albergo.

Mentre se per eccesso di talento e di coscienza etica, per avventura o per rabbia un ’Aniy’el dovesse osare trasgressioni ai gusti del suo tempo, il risultato sarebbe per lui disastroso: così fu per Caravaggio, furente e disperato nella sua solitudine, o per Thomas Stearns Eliot, che pagò la sua originalità con una violenta depressione.

Splendida, magica quasi, è invece la sorte degli ’Aniy’el che sanno adattarsi. C’è chi li detesta, ma che importa? Anche l’odio è una forma di attrazione, di cui gli ’Aniy’el sanno andare fieri. In compenso, purché molti li guardino possono addirittura fare miracoli: se mentono, ciò che dicono può sembrare meravigliosamente vero; se si ammalano, l’idea stessa di essere al centro dell’attenzione dà loro la forza di guarire (o di trasformare anche la loro malattia in generoso spettacolo, come avvenne all’’Aniy’el Christopher Reeve, paralizzato poco dopo aver impersonato Superman). Quanto all’ansia che sempre lì perseguita, alle nevrosi che li spingono al perfezionismo e all’ossessivo controllo di sé stessi e dei loro collaboratori, sono in fondo un prezzo modico da pagare per la gioia di trovarsi sulla cresta dell’onda, e di potersi, da lì, impratichire come nessun altro delle più segrete dinamiche dell’anima delle masse. Può avvenire, certo, che si sentano un po’ soli nella vita privata, come sempre capita a chi si profonde troppo in pubblico; o che ogni tanto, tra sé e sé, si annoino del proprio conformismo, come potrebbe annoiarsi un pesce rosso nella sua boccia di vetro. Ma anche in campo affettivo e nel buon gusto le loro esigenze personali sono talmente piccole, che queste malinconie non arriveranno mai a turbarli seriamente. Non temano, dunque. Il loro compito è rispecchiare e inebriare, e la gente ha bisogno di qualcuno che lo sappia fare. Per questo la Provvidenza ha scelto loro: accettino, e non avranno rimpianti.

Il bambino ’Aniy’el.

Non date corda ai piccoli ’Aniy’el: sono divi già nella culla, e di tutto hanno bisogno meno che del vostro incoraggiamento a sviluppare il loro egocentrismo. Insegnategli piuttosto a meritarsi la vostra attenzione, a fare e a dire cose veramente meritevoli di lodi. Ci riusciranno, se poi saprete complimentarvi come si deve. Ed è bene cominciare da subito a porsi davanti a loro come un pubblico esigente: il rischio, infatti, è che si specializzino ben presto in capricci, bugie strampalate, piagnistei e anche piccole malattie più o meno finte, o che a scuola vadano male apposta, perché vi occupiate di loro più del dovuto; e da grandi faranno probabilmente di peggio. Quanto al farsi obbedire da loro, non c’è nulla di più facile, è sufficiente che adottiate il metodo consigliato da Rousseau (e che con gli altri bambini fa invece solamente danno): ignorateli per qualche minuto, e li avrete domati. Sono infatti per loro natura democratici: ciò che non è notato dalla maggioranza, ai loro occhi è sbagliato e perdente. E dato che non riuscirete mai a far loro cambiare idea su questo punto, servitevene saggiamente finché rappresenterete la maggioranza azionaria in famiglia.

Claviculae Angelorum:

Saper stabilire ottimi rapporti con tutti. Trionfare in imprese difficili. Celebrità. Saper comprendere bene la propria epoca.

Qualità di Aniel e ostacoli dall’energia “avversaria”.

Aniel dona coraggio, carattere pragmatico, inventivo e deciso; rettitudine, pensieri proficui ed elevati. L’angelo a lui contrario si chiama Bubanah e rappresenta le difficoltà che perdurano. Ispira i ciarlatani e coloro che vivono ingannando il prossimo, instillando nelle persone la paura di cambiare, l’inganno, il vaniloquio; causa difficoltà economiche e ostacoli duraturi, che sembra impossibile rimuovere.

Giorni e orari di Aniel.

Se sei nato nei suoi giorni di reggenza Aniel è sempre in ascolto per te; ma in particolare le sue energie si schiudono nelle date del tuo compleanno e negli altri 5 giorni che ti sono dati dal calcolo della Tradizione. Suoi giorni di reggenza sono anche: 13 febbraio, 27 aprile, 10 luglio, 23 settembre, 4 dicembre; ed egli governa ogni giorno, come “angelo della missione”, le energie dalle h.12.00 alle 12.20. Assiste perciò, in particolare, anche i nati in questi giorni e in questo orario, in qualunque data di nascita, ed è questo l’orario migliore in cui tutti lo possono invocare. La preghiera tradizionale rivolta a Aniel è l’8° versetto del Salmo 25: l’ 8° versetto del Salmo 79: Deus virtutum converte nos, ostende faciem tuam et salvi erimus (Dio delle virtù convertici, fai risplendere il tuo volto e noi saremo salvati).

Meditazione associata al Nome.

La meditazione associata a Aniel si chiama: “il quadro generale”. Secondo la Kabbalah, infatti, questo Nome fornisce lo strumento meditativo più efficace ad attingere la visione di insieme, andare oltre l’impressione superficiale e ristretta. In altre parole, se vogliamo cogliere il vero senso della vita, queste lettere ci danno la visione che consente di comprendere le benedizioni che si celano proprio negli ostacoli e nelle sfide che affrontiamo.

Meditazione.

Ora, concentrando la tua visione sulle lettere ebraiche della radice del Nome, senza pensare ad altro, respira e, lasciandoti permeare profondamente e a lungo dal suo significato, pronuncia questa intenzione:

questo nome eleva la mia percezione degli effetti a lungo termine di tutte le mie azioni. Attingo la capacità di vedere le sfide spirituali in ogni momento, prima ancora che esse divengano fondamento di caos e di crisi.

Esortazione angelica.

Aniel esorta a coniugare e ad armonizzare fra loro sentimento e ragione per dare la massima efficacia alla propria azione nel mondo volta a diffondere verità e comprensione delle leggi cosmiche.

SIMBOLOGIA OCCULTA.

Corrispondenze con le simbologie degli Arcani maggiori.

A ciascuna delle 22 lettere ebraiche sono associati dei numeri, dunque ad esse possono venire associate anche corrispondenze con le relative simbologie dei 22 Arcani maggiori dei Tarocchi; questo può essere interessante per chi desidera interrogare questi simboli sul piano dell’introspezione psicologica. In questo caso la radice aleph-nun-yod risponde alla configurazione: “il Mago – la Temperanza – la Ruota”, da cui la riflessione interiore suggerita dalle domande poste da questi arcani. Chiede il Mago (l’inizio, la scelta): che cosa sto cominciando a fare? Che cosa sto scegliendo? Come posso canalizzare la mia energia? Chiede la Temperanza (protezione, circolazione, guarigione): che cosa mi protegge? Quale rapporto devo mantenere con me stesso? Che cosa devo curare? Chiede la Ruota (il ciclo del mutamento): che ciclo si è concluso, cosa devo cambiare? Quali sono le mie opportunità? Cosa mi aiuta? Cosa sto ripetendo? Quale enigma emozionale mi blocca? Con il suggerimento a liberarci dalle energie negative e giungere a liberare e armonizzare le nostre emozioni.

CORI DI APPARTENENZA E ARCANGELI DI INFLUENZA.

Rimando infine al Coro e alle energie arcangeliche che dispensano influenze ai nati fra 24 e il 28 settembre. L’angelo Aniel appartiene al Coro degli Angeli Potestà guidato dal severo Arcangelo Camael. Il segno della Bilancia e la decade che qui interessa (24 settembre-3 ottobre) sono entrambi dominati da ll’Arcangelo Haniel, energia della Bellezza. Con amorevolezza vi rinvio a tali entità angeliche: i nati in questi giorni sono invitati a consultarle, insieme a quella del loro Angelo Custode Aniel. Infatti anche le energie di questi Arcangeli sono al loro fianco. Infine bisogna ricordare che una specifica influenza sulla persona è esercitata anche dall’Angelo che aveva reggenza nell’orario della nascita.

 

Haamiah, angelo 38, dei nati fra il 29 settembre e il 3 ottobre.

Haamiah, o Ha‘amiyah, è il 38esimo Soffio e il sesto raggio angelico nel Coro marziano degli Angeli Potestà, nel quale amministra le energie di Venere. Il suo elemento è l’Aria; ha domicilio Zodiacale dal 5° al 10° della Bilancia ed è l’Angelo Custode dei nati dal 29 settembre al 3 ottobre. I sei Angeli Custodi della Bilancia sono potenze che collettivamente fanno dei loro nati persone sensibili e altruiste, equilibrate e con un profondo senso della giustizia; spesso intimamente volte al sapere metafisico. Amanti della Bellezza e dell’arte, sono affascinanti e istintivamente impegnati nella ricerca dell’armonia per sé e per gli altri.

Il nome di Haamiah significa “Dio speranza di tutti i figli della Terra”.

Il dono dispensato da Haamiah è la CELEBRAZIONE o la RITUALITA’.

Sul piano individuale questo angelo protegge la persona da ogni forma di energia negativa (compresi gli incidenti), mentre sul piano collettivo domina tutti i culti religiosi. La sua energia dosa saggiamente le energie di Marte e quelle di Venere, che risultano così vitalizzate l’una dall’altra, e fa discendere verso il nostro mondo materiale la bellezza e l’armonia del Mondo Superiore. In questi giorni sono nate alcune personalità eminenti il cui influsso si è espresso in modi e direzioni che paiono opposti, ma che ruotano intorno alla stessa, eterna lotta fra le forze della pace e quelle della guerra: da Enrico Fermi, una delle menti il cui lavoro fu cruciale per l’avvento della bomba atomica, al Mahatma Gandhi, icona assoluta della non-violenza. Secondo Haziel questo angelo associa la pienezza materiale al lavoro umano. I suoi protetti sono spinti ad estrarre le ricchezze dall’ambito materiale: se non sapranno realizzare questo lavoro dentro di sé, estraendo dalle proprie viscere e dal proprio cuore tutta la bellezza che vi si cela, sapranno farlo almeno sul corpo della Terra, portando alla luce tesori naturali o agendo per la bellezza fisica, per esempio attraverso l’architettura. I suoi protetti che lo invocano otterranno da lui Pace, Amore, Arte e Spiritualità a piene mani. Anche la partita denaro potrà essere molto attiva, in quanto la Società renderà alla persona, anche sotto forma di denaro, quanto le deve in rapporto alle sue attività trascorse. Nelle personalità Ha’amiah si rileva la presenza costante di un estremo rigore morale e di un forte anelito alla spiritualità. I suoi giorni comprendono 2 date importantissime sul piano delle energie angeliche nel loro complesso: e cioè il 29 settembre (giorno di san Michele, l’Arcangelo guerriero a capo di tutte le schiere angeliche), e il 2 ottobre (il giorno dedicato agli Angeli Custodi nel loro complesso). Ma proprio per questo le energie avversarie di questo angelo rappresentano forze oscure e distruttive a loro volta potenti. L’energia di Haamiah ce ne difende aiutando a vedere l’essenziale, e assistendoci nel creare degli schemi utili a programmare la nostra vita. Nel trigramma del Nome la lettera heth (barriera) proviene da: “l’Angelo di Dio che stava davanti al campo di Israele si mosse e si mise dietro di loro” (Esodo 14, 19). La ayin (occhio), da: “questa nube era tenebrosa da un lato, dall’altro rischiarava la notte” (Es. 14, 20). La mem (acqua), da: “e l’Eterno ritirò il mare con forte vento da Oriente (l‘Est)” (Es. 14, 21). Il rebus formato dalle tre lettere, in relazione alle loro origini, dà l’immagine dell’iniziazione alla conoscenza: per questo Haamiah è considerato anche l’angelo dell’Iniziazione e degli impulsi che la promuovono.

Haamiah secondo Sibaldi. 

Ha‘amiyah heth-ayin-mem

«Io trovo la ragione delle perversioni come dell’ordine morale»

Enrico Fermi, che aprì la strada alla costruzione della bomba atomica; il Mahatma Gandhi, che nel frattempo stava dimostrando al mondo l’efficacia della non-violenza nel contrastare gli imperi; il romanziere Truman Capote, che nonostante il suo carattere mitissimo si dedicò per anni a studiare nei dettagli, come affascinato, il massacro compiuto da un paio di disadattati, e lo narrò poi crudamente in A sangue freddo: erano tutti e tre Ha‘amiyah, e illustrano bene, ciascuno a suo modo, il duro compito che quest’Angelo delle Potestà affida ai suoi protetti. Il lato buio della mente umana, la malvagità, l’impulso alla distruzione, i modi e i mezzi, anche, che alla distruzione si offrono, sono il territorio che gli Ha‘amiyah possono e devono assolutamente esplorare, perché in qualche modo vi giunga la luce – sia essa la luce della ragione, del cuore, o del dominio della mente scientifica sulle energie temibili ma pur sempre immense che là si trovano. Devono illuminare quelle tenebre: non viene perdonata loro né la comprensibile paura dei mostri nascosti laggiù, né quella del contagio del male, o delle conseguenze che potrebbe comportare l’apertura di certi oscuri vasi di Pandora: è troppo importante, per l’economia dell’universo, che qualcuno estenda anche da quella parte i confini della coscienza. E infatti negli Ha‘amiyah renitenti, che vorrebbero restarsene in zone più confortevoli, quella paura genera puntualmente disturbi psichici ingombranti: incubi ricorrenti o fobie, oppure un continuo sforzo di reprimere le proprie emozioni, come per non destare un qualcosa di tremendo, di inammissibile che in esse sia acquattato – e quanto più le reprimono e vogliono apparire sempre gentili e misurati, tanto più notano in chi parla con loro un senso di imbarazzo, una strana cautela… Ho conosciuto Ha‘amiyah che proprio per questa ragione non uscivano quasi più di casa, o non parlavano mai di se stessi. Così non va. La loro renitenza è dovuta al fondato sospetto che quelle cose terribili che devono indagare siano in loro, ma questa è solo una verità parziale: l’Inammissibile è in chiunque, e gli Ha‘amiyah ne hanno la chiave, come la principessa aveva la chiave della stanza segreta, nella fiaba di Barbablù. Di più ancora: gli Ha‘amiyah sanno, sentono che proprio là dentro, nel buio, nel brutto, nel pericoloso, si trovano elementi preziosi da trasformare in ricchezze dello spirito; lì è l’altra faccia della verità, senza la quale ogni destino, ogni sentimento rimangono incompleti. Non per nulla Fermi scoprì, oltre agli elementi fondamentali della Bomba, anche i primi principî della fisica delle particelle: indagava le possibilità della materia, certo, e non quelle della psiche, ma nulla meglio delle sue scoperte ha dimostrato quanto i due tipi di ricerca interagiscano l’uno con l’altro, e vadano di pari passo: gli uomini sono quello che sanno, e quello che possono fare con ciò che sanno! Non trattengano dunque, gli Ha‘amiyah, il loro desiderio di conoscenza: smettano di sospettare di sé e si lascino guidare dal loro istinto di principesse curiose, sia che si tratti di analizzare pulsioni distruttive o esplosivi. Nessuno può saperne più di loro! Secondo una tradizione della Qabbalah, il Nome di quest’Angelo fu la formula sacra che Giacobbe udì quando vide la scala che congiunge il cielo e la terra, e che suo figlio Giuseppe pronunciò nel proprio cuore quando venne salvato dal pozzo in cui l’avevano precipitato i fratelli e, in seguito, dalle prigioni egiziane. Con quello stesso potere ascendente e liberatore, gli Ha‘amiyah possono aprire sia a se stessi, sia soprattutto agli altri prospettive nuove e rivelatrici. Ciò che amano più di tutto è guidare qualcuno (o magari un intero popolo, come fu nel caso di Gandhi) fuori dai guai in cui l’hanno fatto sprofondare i suoi intimi conflitti e le sue resistenze a conoscere sé stesso. Con questa loro capacità di aprire stanze segrete e di sondare pozzi profondi, possono perciò divenire luminari sia della psiche sia della pubblicità, guru o talent scout, registi (Michelangelo Antonioni) o giudici istruttori (Antonio Di Pietro), oltre che naturalmente scrittori – in special modo di thriller, come lo Ha‘amiyah Graham Greene. Molti sono attratti anche dalla carriera militare o dalla pubblica sicurezza: e non certo per voglia di potere o per bisogno di autorità, ma perché in quei settori si possono osservare ancor meglio che altrove le passioni oscure degli uomini; degno di nota a questo riguardo è il fatto che il gruppo musicale che portò al successo lo Ha‘amiyah Sting si chiamasse proprio The Police. Ciò che invece non interessa proprio agli Ha‘amiyah, sono i traguardi sociali che i più ritengono desiderabili: denaro e prestigio li irritano addirittura, se non altro perché la maggior parte della gente fa sempre riferimento a una di queste cose per imbastire frettolose interpretazioni delle malefatte proprie e altrui. E, come puntualmente avviene alle persone davvero disinteressate, gli Ha‘amiyah finiscono con il guadagnare molto o moltissimo proprio là dove avevano trascurato l’aspetto finanziario di qualche loro appassionata iniziativa. Può avvenire, certo, che a causa di traumi o tormenti di varia origine, la loro dimestichezza con l’Inammissibile ecceda e fraintenda nefandamente sé stessa: così avvenne, pare, a uno dei più torbidi e perversi re d’Inghilterra, Riccardo III. Oppure che li inclini al fanatismo religioso, da telepredicatore nevrotico. Ma è raro. Assai più frequente è quel tipo di Ha‘amiyah irrealizzato che si ammazza di lavoro o magari divora cultura per non accorgersi di sé, da un lato, e per cercare spasmodicamente, dall’altro, obiettivi che bastino alle sue prorompenti energie. Ma non ne troverà mai nel mondo delle persone perbene: sono venuti «non per i giusti, ma per i peccatori», come diceva la Scrittura, e solo se si metteranno a scoperchiare segreti e a disintegrare vampiri potranno tornare a casa tranquilli, la sera, a godersi le gioie domestiche e un meritato riposo.

Il bambino Ha‘amiyah.

Devono imparare a non aver paura di sé stessi, e per i piccoli Ha‘amiyah è tutt’altro che facile. Li tormenta la sensazione di essere, o meglio di poter essere troppo cattivi, e non certo perché lo siano davvero; sono buonissimi, in realtà, ma è molto precoce, in loro, la voglia di indagare i meandri più oscuri della psiche: e quando si imbattono, laggiù, in qualche pulsione, la scambiano per un desiderio o addirittura per una tendenza del carattere. Non perdete tempo a spiegargli la differenza, tanto più che la questione non è chiara nemmeno agli psicologi. Piuttosto, quando cominciate a notare la loro espressione preoccupata, o sconsolata, o certe timidezze eccessive, o magari un eccesso di religiosità, regalategli un micio. E osservatelo insieme a loro: è piccolo, dolce, fà le fusa, ma graffia quando è necessario. E se gli capita tra le grinfie un passerotto o un topolino, lo tortura orrendamente, e dopo averlo maciullato ricomincia a farvi tenerissimamente le fusa. Dite, come meglio potete, che anche l’umanità è più o meno così (è un eufemismo, si sa, gli uomini sono molto più canaglia): ha elementi bellissimi ed elementi orrendi, ma gli uni non escludono gli altri. Voi probabilmente non capirete bene quel che avrete detto, ma i piccoli Ha‘amiyah sì, e sarà una benedizione: proseguiranno da soli il ragionamento, e invece di temere il proprio buio, c’è un’alta probabilità che tra non molto illuminino il buio degli altri.

Claviculae Angelorum:

Protezione contro il fulmine, la violenza e gli spiriti malvagi. La scoperta dei più profondi segreti dell’animo e della natura. Grande fortuna nelle imprese disinteressate.

Qualità di Haamiah e ostacoli dall’energia “avversaria”.

Le qualità sviluppate da Haamiah sono grande dolcezza, compassione, altruismo, diplomazia, cortesia, verità, trascendenza, comprensione dei cerimoniali e amore per la ritualità religiosa. L’angelo dell’abisso a lui contrario si chiama Ambolin e rappresenta le difficoltà economiche e la menzogna. Ispira la visione materialista e opportunista delle cose, instilla la falsità nella mente e nel cuore dell’uomo. Causa ateismo, mancanza e disprezzo di principi religiosi, facilità d’errore, spirito materialista, rovesci economici, povertà materiale.

Esortazione angelica.

Haamiah esorta a “far nascere dalle acque infette l’acqua pura”: esaltare la Bellezza, combattere ogni corruzione.

Giorni e orari di Haamiah.

Se sei nato nei suoi giorni di reggenza Haamiah è sempre in ascolto per te; ma in particolare le sue energie si schiudono nelle date del tuo compleanno e negli altri 5 giorni che ti sono dati dal calcolo della Tradizione. Suoi giorni di reggenza sono anche: 14 febbraio, 28 aprile, 11 luglio, 24 settembre, 5 dicembre; ed egli governa ogni giorno, come “angelo della missione”, le energie dalle h.12.20 alle 12.40. Assiste perciò, in particolare, anche i nati in questi giorni e in questo orario, in qualunque data di nascita, ed è questo l’orario migliore in cui tutti lo possono invocare. La preghiera tradizionale rivolta a Haamiah è il 9°versetto del Salmo 90: Quoniam tu es, Domine, refugium meum, Altissimum posuisti habitaculum tuum (poiché sei tu mio rifugio, o Signore, ponesti altissima la tua dimora).

Meditazione associata al Nome.

La meditazione associata a Haamiah si chiama “il circuito”. La definizione di buco nero (Sost.) recita:

1) Fenomeno cosmologico con un campo gravitazionale così forte che persino la luce non riesce a sfuggirgli.

2) Qualcosa che sembra un buco nero, nel senso che consuma incessantemente una risorsa: ad esempio un buco nero economico». Secondo la Kabbalah, la meditazione su questo Nome è appunto volta a sfuggire alla forza gravitazionale, che blocca e danneggia su qualunque piano, attivando il “circuito”.

Meditazione.

Ora, concentrando la tua visione sulle lettere ebraiche della radice del Nome, senza pensare ad altro, respira e, lasciandoti permeare profondamente e a lungo dal suo significato, pronuncia questa intenzione:

questo nome mi aiuta a ricevere mentre condivido e a condividere mentre ricevo. Posso vedere l’opportunità che la condivisione mi dà e sono conscio che mentre ricevo con giusta coscienza sto anche condividendo. Questo è il circuito della vita; mi connetto ad esso e sfuggo al buco nero per entrare nella Luce.

 SIMBOLOGIA OCCULTA.

Corrispondenze con le simbologie degli Arcani maggiori.

A ciascuna delle 22 lettere ebraiche sono associati dei numeri, dunque ad esse possono venire associate anche corrispondenze con le relative simbologie dei 22 Arcani maggiori dei Tarocchi; questo può essere interessante per chi desidera interrogare questi simboli sul piano dell’introspezione psicologica. In questo caso la radice aleph-nun-yod risponde alla configurazione: “il Papa – la Torre – la Morte”, da cui la riflessione interiore suggerita dalle domande poste da questi arcani. Chiede il Papa (mediatore, ponte, ideale): che cosa comunico agli altri e con quali mezzi? Ho un ideale? Chiede la Torre o Casa di Dio: (l’apertura, l’emergere di ciò che stava chiuso) con chi o con che cosa devo rompere? Da quale prigione mi sto liberando? Quali energie si sbloccano dentro di me? Quale gioia mi attende?  Chiede la Morte (trasformazione profonda, rivoluzione, chiusura di un ciclo): cosa deve morire in me? Cosa devo lasciar andare? Cosa si sta trasformando dentro di me? Qual’ è la mia ira?

CORI DI APPARTENENZA E ARCANGELI DI INFLUENZA.

Rimando infine al Coro e alle energie arcangeliche che dispensano influenze ai nati fra 29 settembre e il 3 ottobre. L’angelo Haamiah appartiene al Coro degli Angeli Potestà guidato dal severo Arcangelo Camael. Il segno della Bilancia e la decade che qui interessa (24 settembre-3 ottobre) sono entrambi dominati dall’Arcangelo Haniel, energia della Bellezza. Con amorevolezza vi rinvio a tali entità angeliche: i nati in questi giorni sono invitati a consultarle, insieme a quella del loro Angelo Custode Haamiah. Infatti anche le energie di questi Arcangeli sono al loro fianco. Infine bisogna ricordare che una specifica influenza sulla persona è esercitata anche dall’Angelo che aveva reggenza nell’orario della nascita.

 

Rehael, angelo 39, dei nati fra il 4 e l’8 ottobre.

 Rehael, o Raha‘e’el, è il 39esimo Soffio e il settimo raggio angelico nel Coro marziano degli Angeli Potestà, nel quale amministra le energie di Mercurio. Il suo elemento è l’Aria; ha domicilio Zodiacale dallo 10° al 15° della Bilancia ed è l’Angelo Custode dei nati dal 4 all’8 ottobre. I sei Angeli Custodi della Bilancia sono potenze che collettivamente fanno dei loro nati persone sensibili e altruiste, equilibrate e con un profondo senso della giustizia; spesso intimamente volte al sapere metafisico. Amanti della Bellezza e dell’arte, sono affascinanti e istintivamente impegnati nella ricerca dell’armonia per sé e per gli altri.

Il nome di Rehael significa “Dio che accoglie i peccatori”.

Il dono dispensato da Rehael è il RISPETTO.

Questo Angelo apre in prima persona, insieme alle sue legioni, il sentiero da cui cade nell’Abisso tutto ciò che non è conforme al Pensiero Divino; per questa ragione secondo la Kabbalah ha la funzione di salvare quel che può essere salvato. La Kabbalah precisa inoltre che Raha‘e’el guarisce le sofferenze del corpo e dell’anima, trasformando il Male in Bene: domina sulla salute e sulla rigenerazione concedendo guarigione dalle malattie mentali e l’ottenimento della grazia divina; ha inoltre lo specifico potere di nutrire l’amore paterno e la corrispondenza filiale. Secondo Haziel questo angelo sostiene in particolare tutti coloro che annunciano i mali causati dalla distanza dalla Legge divina: coloro cioè che decidono di parlare per soccorrere, correggere gli errori, per spingere i loro simili al risveglio, e perché il Bene regni sulla Terra. Dice inoltre che la nota dominante delle persone sotto l’influenza di questo Angelo sarà la franchezza; il lavoro le orienterà verso il campo delle comunicazioni: dalle pubbliche relazioni, al giornalismo, all’arte.    I protetti da Rehael che si affidano con calma fiducia alla sua influenza potranno trovare il proprio completamento sentimentale nella vita quotidiana, fino a vivere una storia d’amore straordinaria; saranno inoltre ricettivi e rispettosi delle gerarchie, certo non nel senso servile ma in quello positivo della fiducia e dell’amore. Il dono del “rispetto” infatti è lealtà e non accondiscendenza; è fondare i rapporti sulla capacità di manifestare il proprio pensiero con coraggio e onestà.  Secondo la Kabbalah tre versetti dell’Esodo (ciascuno composto da 72 lettere), celano il codice dei 72 Nomi di Dio; e precisamente i versetti 19, 20 e 21 del capitolo 14. Riguardo al trigramma di questo Nome, la lettera Resh (testa) proviene da:  “l’Angelo di Dio che precedeva l’accampamento di Israele cambiò posto e si pose dietro di loro”. La Het (finestra), da: Questa nube da un lato (cioè per alcuni) era tenebrosa, dall’altro (cioè: per altri) rischiarava la notte”. La ayin (occhio), da: “..e l’Eterno, durante tutta la notte, ritirò il mare con un forte vento da Oriente..”.  Il rebus formato da queste 3 lettere dà, in relazione alle loro origini, l’immagine della volontà di fare il Bene. Questi segni ci dicono anche che l’Angelo Rehael aiuta a liberarsi dal male e aiuta a sviluppare la forza interiore necessaria a guarire da fissazioni mentali (interpretazione Muller/Baudat).

Rehael secondo Sibaldi.

Raha‘e’el resh-he-ayin

«Io conduco verso l’invisibile, e supero le illusioni»

 Secondo certe correnti della Qabbalah, questi giorni d’ottobre sono tra i più rischiosi in cui nascere: non per nulla rahah, in ebraico, significa «aver paura», e rahav, «osare». I protetti di questa Potestà devono sempre lottare contro una corrente che sembra volerli spingere contro gli scogli dell’illusione, del vuoto, del male anche – e che è raffigurata dalla particolare posizione della lettera ayin nel loro Nome angelico. Molti di loro riescono a contrastarla appena quel tanto che basta a non far nulla, e a rimanere per tutta la vita al punto di partenza: non abbandonano mai la casa in cui sono nati, oppure ereditano il lavoro del padre e non vi aggiungono nulla di nuovo, come nel timore che qualche tragica trappola li inghiotta appena proveranno a discostarsi da quel che già si sapeva prima di loro. Altri tentano, e davvero si smarriscono: la corrente li porta troppo rapidamente perché riescano a cogliere le occasioni giuste, gli eventi li trascinano senza che nulla di ciò che vogliono riesca né a consolidarsi, né a chiarirsi del tutto; e quel che peggiora la situazione, in questi casi, è che pochi Raha‘e’el riescano a resistere alla tentazione di rafforzare (illusoriamente!) il proprio animo ricorrendo al principio d’autorità, e cioè mettendosi a dare ordini ad altri, o trovando qualcuno a cui obbedire. Nel primo caso, i loro intenti finiscono regolarmente nella disfatta, come avvenne al Raha‘e’el Pancho Villa; nel secondo, è pressoché fatale che si scelgano i loro capi tra i peggiori possibili, come avvenne al tetro Raha‘e’el Heinrich Himmler, burattino di Hitler. Patetica, poi, e soffocante, in ogni Raha‘e’el sconfitto o deluso dal proprio destino, è la tendenza a obbligare i figli a riuscire in ciò in cui lui ha fallito: come a volersi riscattare per interposta persona, senza alcun riguardo per le loro vocazioni e desideri. E se ne riceve un rifiuto, lo prende spesso come una ferita imperdonabile, a volte addirittura mortale. Ciò che può salvare i Raha‘e’el – o che più di tutto contribuisce a distruggerli, a seconda di come la usano – è la loro grande Energia Yod. Sono, sarebbero medici perfetti o perfetti uomini di spettacolo: furono Raha‘e’el la meravigliosa Eleonora Duse, e Charlton Heston, e perfino l’inventore del cinema, Louis-Jean Lumière. Quest’ultimo merita un’attenzione particolare, a proposito dell’Energia Yod e della paura: in curiosa coerenza con il Nome del suo Angelo, alla proiezione della sua prima pellicola, L’arrivo del treno, Lumière vide fuggire dalla sala tutto il suo pubblico, spaventato dall’immagine della locomotiva che puntava dritto verso la platea. Il medico cura sempre sé stesso, come sappiamo: aveva avuto un po’ di paura anche Lumière, mentre fermo sulle rotaie girava la manovella della sua protocinepresa; filmò dunque la sua stessa emozione, e il giorno del suo successo fu anche quello in cui, grazie alla nuova tecnologia, riuscì a far provare ad altri ciò anche lui aveva provato, perché vincessero anch’essi il riflesso istintivo che li spingeva a scappare. È un simbolo della molla segreta d’ogni buona terapia: quanto più un individuo dotato di Energia Yod riesce a inquadrare le dinamiche dei suoi personali disagi, e a dominarle, tanto più sarà in grado di agire su altri, per aiutarli a dominare e a superare i loro problemi. Nei Raha‘e’el, quanto a questo, l’autoanalisi trova un campo molto promettente. Nessuno meglio di loro può comprendere come e perché si tema e si rifugga la propria libertà e responsabilità: e poche conoscenze tornano più utili di questa, nell’aiutare chi soffre. Se osano scoprirlo, poi la loro Energia Yod saprà guidarli e farà il resto. I risultati si potranno apprezzare anche in ambiti diversi dalla medicina propriamente detta: il Raha‘e’el Denis Diderot trasse abbondanti spunti dalla propria vita tumultuosa, per diagnosticare e indagare le ragioni dei mali sociali del suo tempo – e ne trattò non soltanto nei suoi scritti teorici, ma anche in drammi e romanzi, dedicati, guarda caso, proprio al difficile rapporto tra le generazioni, come Il figlio naturale e Il nipote di Rameau. E che dire del Raha‘e’el Le Corbusier? Pareva un medico che curasse i mali dello spazio abitabile contemporaneo, costruendo, opera dopo opera, la liberazione dell’architettura dai dogmi della tradizione: guarendo gli edifici – case, chiese, città – dai loro complessi di inferiorità verso il passato, voleva guarirne anche l’anima di coloro che vi avrebbero vissuto; tra l’altro, il lato oscuro rehaliano ebbe la meglio su di lui, nel suo ultimo giorno: morì infatti in mare, nuotando al largo, trascinato via da una corrente. L’autoanalisi, il prendere luminose distanze da se stessi, è indispensabile ai Raha‘e’el anche in un altro senso. La loro dipendenza dai genitori, o in genere dal passato, e anche la dipendenza che vorrebbero imporre ai figli, si rivelano, quando riescono a osservarle con calma e attenzione, come ombre proiettate da tutt’altra cosa: dal bisogno di una guida spirituale – bisogno che tuttavia può arrivare a chiarirsi solo in chi si sia elevato un po’ al di sopra di quella paura del nuovo, o di quella certezza che il nuovo porti con sé la rovina, che caratterizzano i Raha‘e’el mediocri. E più in alto ancora, conoscendosi ancor meglio, scoprono che anche il loro bisogno di una guida è in realtà un’ombra, che il padre spirituale che cercano è in loro stessi, e lo si può trovare soltanto vivendo come se quel padre invisibile gioisse del bene che riescono a fare per se stessi e per gli altri. Così è anche per chiunque altro, si sa: ma nei Raha‘e’el le resistenze a queste scoperte sono, in genere, talmente forti da trasformare la vittoria su di esse in un’impresa eroica. E questo eroismo è l’unica condizione della loro felicità.

Il bambino Raha‘e’el.

Vi farà molto piacere averli vicino. Saranno sempre come sono da piccoli: attenti, pensosi, obbedienti, anzi, addirittura devoti. Berranno ogni vostra frase appena sensata, e sapranno ripeterla a proposito e a sproposito; accavalleranno le gambe come le accavallate voi; avranno sempre un’occhiata d’intesa quando li guarderete. È bellissimo, certo. Ammoniranno anche i fratelli, fino a tarda età: «Papà aveva detto…» «La mamma diceva sempre…» Potrete contare in tal modo anche su una discreta quota di immortalità domestica. Il problema è che a rigor di termini una situazione simile somiglia molto al plagio: avrete infatti spesso la fondata sensazione che i piccoli Raha‘e’el si annullino in voi. Se non vi turba l’idea, niente da dire. Ma se vi sorgesse il dubbio, sarebbe giusto perlomeno tentare di dissuaderli. Spiegategli che spesso un genitore ha torto (è vero, del resto); elencategli, con delicatezza, i vostri difetti e, quando saranno più grandicelli, anche le vostre viltà. Non temete: non perderete fascino e autorevolezza, e non andranno a cercarsi altrove una vicemamma o un vicepapà; semplicemente, inserirete quello che si chiama un elemento dialettico in questo caso – pressoché irrimediabile – di eccessiva ereditarietà. E al genitore di un Raha‘e’el, onestamente, non si può chiedere di più.

Claviculae Angelorum:

Guarire i malati. Protezione contro i dissidi famigliari. L’ obbedienza ai genitori e ai superiori, o ai propri ideali.

 Qualità di Rehael e ostacoli dall’energia “avversaria”.

Le qualità sviluppate da Rehael sono rigenerazione, lealtà, onestà, fiducia e obbedienza verso i genitori e i superiori, rispetto e amore per i figli, elevazione divina e gioia interiore. L’Angelo dell’Abisso a lui contrario si chiama Abutés e rappresenta le difficoltà familiari. Causa mancanza di amore, noncuranza verso la famiglia, distanza fra genitori e figli, ingiustizie familiari, bambini maltrattati, genitori martiri per problemi dei figli o a causa loro. Causa incomprensioni e gelosie; ispira abusi, parricidi, infanticidi.

Meditazione associata al Nome.

La meditazione associata a Rehael si chiama “diamante allo stato grezzo”. Ora, i durissimi diamanti sono la forma cristallina del carbonio; ma è noto che lo stesso carbonio si presenta più comunemente sotto forma di grafite, o carbone: cioè materiali dalla struttura molto fragile. E’ solo in virtù della forte pressione esercitata su questi materiali, lungo il corso di migliaia di anni, che un materiale banale e friabile come il carbone si trasforma nella gemma più rara, più dura, più luminosa e più preziosa che esista. Allo stesso modo, secondo la Kabbalah questo Nome fornisce lo strumento meditativo più efficace per trasformare gli ostacoli che ci opprimono in opportunità, e – attraverso l’esperienza che ne facciamo – far emergere la forza che in realtà possediamo.

Meditazione.

Ora, concentrando la tua visione sulle lettere ebraiche della radice del Nome, senza pensare ad altro, respira e, lasciandoti permeare profondamente e a lungo dal suo significato, pronuncia questa intenzione:                                                                                                                                                

io riesco a compiere la trasformazione radicale, e completa, delle situazioni negative in opportunità positive e benedizioni. La manna scende dal cielo per me. La mia vita inizia ad avere il sapore di ogni cosa più bella che la mia anima desidera o sogna.

Esortazione angelica.

Rehael esorta a invocare il potere della sua energia angelica, che è deputata a trasmutare il male in bene e dunque accorda proprio questo potere ai suoi protetti. Cercare in sé le migliori qualità, come andando alla vera natura incorruttibile del diamante, non è che uno dei modi di esaltare la Bellezza, un’esigenza profonda nell’istinto di questi nati. Nelle azioni della vita questo angelo esorta a “far nascere dalle acque infette l’acqua pura”, combattendo ogni corruzione.

Giorni e orari di Rehael.

Se sei nato nei suoi giorni di reggenza Rehael è sempre in ascolto per te; ma in particolare le sue energie si schiudono nelle date del tuo compleanno e negli altri 5 giorni che ti sono dati dal calcolo della Tradizione. Suoi giorni di reggenza sono anche: 15 febbraio, 29 aprile, 13 luglio, 25 settembre, 5 dicembre; ed egli governa ogni giorno, come “angelo della missione”, le energie dalle h.12.40 alle 13.00. Assiste perciò, in particolare, anche i nati in questi giorni e in questo orario, in qualunque data di nascita, ed è questo l’orario migliore in cui tutti lo possono invocare. La preghiera tradizionale rivolta a Rehael è l’11° versetto del Salmo 29: “Audivit Dominus et misertur est mei, Dominus factus est adiutor meus” (ha udito il Signore, e ha avuto di me misericordia; il Signore si è fatto mio soccorritore).

SIMBOLOGIE OCCULTE.

 Corrispondenze con le simbologie degli Arcani maggiori.

A ciascuna delle 22 lettere ebraiche sono associati dei numeri, dunque ad esse possono venire associate anche corrispondenze con le relative simbologie dei 22 Arcani maggiori dei Tarocchi; questo può essere interessante per chi desidera interrogare questi simboli sul piano dell’introspezione psicologica. In questo caso la radice Resh-he-ayin risponde alla configurazione: Il Giudizio – il Papa – La Torre, da cui la riflessione interiore suggerita dalle domande poste da questi arcani. Chiede il Giudizio (nuova coscienza, desiderio irrefrenabile): cosa si sta risvegliando in me? Quali sono i miei desideri irresistibili? Che cosa stiamo creando insieme? Qual è la mia posizione di fronte all’idea di formare una famiglia?  Chiede il Papa: cosa dice la Tradizione, la Legge? Che cosa comunico e con quali mezzi? Sto trasmettendo qualcosa a qualcuno? Ho un ideale? Chiede la Torre o Casa di Dio: (l’apertura, l’emergere di ciò che stava chiuso) con chi o con che cosa sto rompendo? Da quale prigione mi sto liberando? Quali energie si sbloccano dentro di me? Quale gioia mi attende?

 

 CORI DI APPARTENENZA E ARCANGELI DI INFLUENZA.

Rimando infine al Coro e alle energie arcangeliche che dispensano influenze ai nati fra il 4 e l’8 ottobre. L’angelo Rehael appartiene al Coro degli Angeli Potestà guidato dal severo Arcangelo Camael. Il segno della Bilancia cade sotto l’Arcangelo Haniel, energia della Bellezza, mentre la decade che qui interessa (4-13 ottobre) è sotto il dominio dell’Arcangelo Raziel, capo dei Cherubini. Con amorevolezza vi rinvio a tali entità angeliche: i nati in questi giorni sono invitati a consultarle, insieme a quella del loro Angelo Custode Rehael. Infatti anche le energie di questi Arcangeli sono al loro fianco. Infine bisogna ricordare che una specifica influenza sulla persona è esercitata anche dall’Angelo che aveva reggenza nell’orario della nascita.

 

Yeyazel, angelo 40, dei nati fra il 9 e il 13 ottobre.

Yeyazel, o Yeyalel, o Yeyaze’el, è il 40esimo Soffio e l’ottavo, e ultimo, raggio angelico nel Coro marziano degli Angeli Potestà, nel quale amministra le energie lunari. Il suo elemento è l’Aria; ha domicilio Zodiacale dallo 15° al 20° della Bilancia ed è l’Angelo Custode dei nati dal 9 al 13 ottobre. I 6 Angeli Custodi della Bilancia sono potenze che collettivamente fanno dei loro nati persone sensibili e altruiste, equilibrate e con un profondo senso della giustizia; spesso intimamente volte al sapere metafisico. Amanti della Bellezza e dell’arte, sono affascinanti e istintivamente impegnati nella ricerca dell’armonia per sé e per gli altri.

Il nome di Yeyazel significa “Dio che rallegra”.

Il dono dispensato da Yeyazel è la GIOIA, o il CONFORTO.

Questo Angelo offre il dono dell’impulso a una reazione benefica in chi si trova annientato dagli eventi. Dice Haziel che la sua azione fa penetrare l’energia marziana del suo Arcangelo all’interno dell’energia lunare, per “liberare i prigionieri che sono in essa”. L’energia della Luna è infatti il riflesso di altre energie cosmiche che vi sono trattenute, e perciò si può dire che vi sono imprigionate; allo stesso tempo, impregnandola delle proprie energie, queste altre fonti ne occupano lo spazio; cioè tengono a loro volta “prigioniera” la Luna stessa.  Ma tramite l’energia lunare di Yeyazel le energie marziane del Coro delle Potestà vi irrompono per liberare ogni cosa. Non per niente il Testo Tradizionale spiega che questo angelo può liberare da tutto ciò che ci tiranneggia, ci vessa, ci opprime, ci perseguita, ci inquieta, ci preoccupa; come una sorta di Zorro liberatore. In quanto lunare, egli ha potere su tutto ciò che è immagine e immaginazione: dunque sull’editoria, sui dischi, sulla stampa, sulla radio, sulla televisione e sul cinema; e naturalmente sull’acqua e sul mondo dell’inconscio. Attraverso questo Angelo l’energia lunare produce il sale; per risonanza, se lo invocheranno, i suoi protetti potranno avere una vita piena di interessi; tuttavia sarà sempre primaria la dimensione intima. Dice Haziel che Yeyazael impone la rettitudine nel Mondo dei Sentimenti, e di conseguenza nei Sentimenti che animano la persona. La materia utilizzata dall’individuo per la formazione del suo Io-sentimentale comporterà un elemento restrittivo, che tuttavia non le impedirà di agire (in campo sentimentale) in piena e totale libertà. D’istinto, la persona capirà che non può fare tutto, che occorre evitare certi piaceri, pur non sapendone esattamente il motivo; l’influenza dell’angelo spinge a dominare le proprie emozioni. Yeyazel influenza operativamente tutto ciò che determina il prodursi delle emozioni: la madre, la casa, il focolare domestico, l’ambiente specificamente familiare. E’ presumibile che queste fonti emotive comportino anche un certo rigore, una certa austerità, per definire fino in fondo l’ordine interiore dell’individuo (forse trasgredito in una vita precedente). Per una donna, elemento essenziale sarà la madre; per un uomo il ruolo capitale lo avrà la moglie. Sotto l’influenza di Yeyazel le donne diventano eccellenti colonne della vita familiare, così come (se dominerà l’energia contraria) verranno proprio da relazioni familiari i peggiori dispiaceri. Riguardo al trigramma della radice del Nome, la prima lettera yod (mano) proviene da: “l’Angelo di Dio che stava davanti al campo di Israele si mosse e si mise dietro di loro” (Esodo 14, 19). La seconda yod da: “questa nube era tenebrosa da un lato, dall’altro rischiarava la notte” (Es. 14, 20). La zayin (sciabola), da: “e l’Eterno ritirò il mare con forte vento da Oriente” (Es. 14, 21). Il rebus formato dalle tre lettere chiave nel Nome del tuo Angelo, in relazione alle loro origini, dà l’immagine del sentimento della liberazione. Per questo Yeyazel è considerato l’angelo che aiuta e ispira gli artisti e gli scrittori, e anche l’angelo del perfezionamento.

Yeyazel secondo Sibaldi.

Yeyaze’el yod-yod-zain

«Molti, troppi sono gli scopi a cui miro»

In Don Chisciotte, lo Yeyaze’el Miguel De Cervantes raffigurò pressoché tutte le caratteristiche dei protetti di questa Potestà: la grande energia, gli ancor più grandi ideali, e al tempo stesso lo smarrimento, il segreto timore di tanta grandezza interiore; e in tale timore maturano l’ancor più segreta voglia di non riuscire, l’attrazione per ogni sorta di ostacoli e nemici che blocchino la via, e la ricerca di lacci anche interiori, di debolezze personali da ingigantire, perché l’impulso a trasformare gli ideali in azioni ne venga smorzato il più a lungo possibile: Don Chisciotte è infatti sulla cinquantina, ovvero vecchio per gli standard di allora, quando finalmente decide di diventare un cavaliere errante. Lo tengano presente i suoi fratelli d’Angelo: che non tocchi anche a loro la sorte di scommettere troppo tardi sulle considerevoli doti di cui certamente dispongono! E quando poi decidono, devono ancora fare i conti con altri pericoli donchisciotteschi generati da quel timore di sé: la propensione – in alcuni quasi irresistibile – a legarsi appassionatamente a persone sbagliate, a Dulcinee insensate; l’ansia, sempre controproduttiva, di ricevere l’approvazione di molti, e al tempo stesso il suo contrario, disastroso anch’esso, la sensazione di essere individui eccezionali e appunto perciò tali da dover risultare incomprensibili ai più. Ne deriva l’incapacità, da un lato, di riposarsi e, dall’altro, di ascoltare consigli: ed è per questa via che finiscono con il battersi contro i mulini a vento, da cui vengono catastroficamente sconfitti, e di sconfitta in sconfitta approdano soltanto a una cupa rassegnazione, in cui ricapitolano gli errori commessi per dedurne soltanto che il mondo non è un buon posto per realizzare i sogni. E in un certo senso quest’ultima cosa è vera, per tutti gli Yeyaze’el, se per mondo si intendono le possibilità che possono offrire loro le professioni consuete, quelle che hanno tredicesima e trattamenti di fine rapporto. Lì, non c’è proprio spazio per la loro meravigliosa personalità. Devono puntare altrove: a essere dei Cervantes, invece che dei Chisciotte! Trovino perciò professioni in cui usare il più liberamente e audacemente possibile la loro creatività. La loro mente ha percorsi troppo vasti ed elaborati perché riesca a esprimersi, o comunque a trovare una collocazione, entro le strutture già esistenti; deve produrne di nuove; l’arte è il loro campo, o magari la scienza, purché si tratti di ricerca d’avanguardia, o di rivoluzionarie invenzioni. E lì anche gli aspetti più eccessivi del loro carattere possono servire da ottimo materiale di costruzione: la troppo stretta coesione di ragione e sentimento, che aveva segnato la rovina di Chisciotte, in arte si rivela invece il più delle volte una benedizione, la condizione stessa dell’intensità dell’immaginazione. Ne sapevano qualcosa gli Yeyaze’el Antoine Watteau, Giuseppe Verdi, Montale e Pavarotti. È chiaro che non potranno aspettarsi esistenze regolari, in cui cercare quelle forme di felicità di cui la maggioranza si accontenta. Ma in realtà gli Yeyaze’el non le vogliono: né l’amore, né l’amicizia, e nemmeno il rispetto, la prudenza, la modestia, la ragionevolezza, come le si pratica di consueto, potranno mai rispecchiare le loro esigenze. Ciò che per altri è un pregio o buona educazione, per loro è un limite. Ciò che è normale per i più (un po’ di razionale egoismo, un po’ di tranquilla routine, un po’ di conflitti tradizionali con genitori, coniugi e figli) è per loro un nemico fatale. E viceversa, quel che ad altri appare come difetto diviene, per gli Yeyaze’el che abbiano fiducia nel loro talento, una condizione operativa: il ritenersi fuori norma, incommensurabili, per esempio, dà loro la forza di osare ciò che nessuno aveva osato prima; il non accettare consigli è il presupposto della loro autonomia, della loro originalità creativa (che ne sarebbe stato di Verdi, o magari dello Yeyaze’el Harold Pinter, se avessero dato retta a qualche cauto contemporaneo più anziano?); e persino la mancanza di equilibrio, l’incapacità degli Yeyaze’el di affrontare razionalmente i loro problemi privati, diviene ragione e alimento della loro arte, nella quale tutto ciò che nella loro esperienza personale è irrisolto viene trasformato in storie e forme in cui tanti altri possano riconoscersi. Quanto poi ai mulini a vento, non c’è davvero artista né scienziato che non ne abbia bisogno, nell’affrontare la fatica di un’opera: se si fosse accontentato di avversari più concreti, avrebbe infatti scelto più vantaggiosamente la politica, o la morale, per dare una forma alle proprie idee. Certo, accettare una vocazione artistica o scientifica non è facile nel mondo d’oggi: ma la solitudine che richiede, la concentrazione, il continuo altalenare tra speranza di valere qualcosa e timore di non valere abbastanza, di star soltanto sognando, gli Yeyaze’el le devono affrontare comunque nella loro vita; e tanto vale dunque assumersele a ragion veduta, con obiettivi precisi. Mal che vada, potranno sempre ripiegare sull’insegnamento, piccolo porto sicuro degli Yeyaze’el più incerti o modesti, e dedicarsi a incoraggiare i giovani ad affrontare le belle carriere in cui loro non hanno voluto brillare. Virtù Si apre, nella sfera delle Virtù, la prospettiva più ampia: lo sguardo dell’anima spazia libero, da qui, in ogni direzione, e scorge le dinamiche che muovono gli ingranaggi dell’universo. Qui ti sembrerebbe, dapprima, di non aver più desideri: perché un desiderio è espressione di una carenza, di un’oscurità, e qui è invece tutto tanto chiaro; ma subito dopo ti accorgi invece di poter desiderare ogni cosa, proprio perché tutto, nella sfera delle virtù, appare possibile, vicino, semplice. Perciò il colore in cui si immaginano le Virtù è l’oro abbagliante del Sole: l’infinita abbondanza della luce che illumina e circonda tutte le cose, il punto fermo attorno a cui tutto gravita, a cui tutto somiglia.

Il bambino Yeyaze’el.

Il problema è se incoraggiare o no la loro vocazione artistica. Che sia una cosa bellissima, non c’è dubbio; che nulla possa dar loro più gioia della creatività, è altamente probabile. Ciò che dà da pensare è il caratteraccio sospettoso e masochista dei piccoli Yeyaze’el: potrebbe darsi che il loro amore per l’arte cresca più rapido se lo avvertono come una loro scoperta personale, un segreto da coltivare, all’inizio, al riparo dallo sguardo di chiunque, o addirittura come un principio di identità – che li faccia sentire diversi da tutti quelli che hanno intorno, voi inclusi. D’altra parte, non è certo piacevole l’idea che possano pensare a voi, in futuro, come a persone insensibili, indifferenti ai primi palpiti della loro vocazione… Bisogna decidere. Tutto considerato, io suggerirei di incoraggiarli. Si lasci ad altri il compito di mettere alla prova la determinazione del piccolo artista. Meglio approvare, e aiutarlo ad argomentare la sua innata convinzione che una vita val la pena di essere vissuta soltanto se serve a produrre bellezza e conoscenza al contempo. Libri illustrati, film, musei, mostre anche: tutto può servire. Imparate insieme con lui, guardatelo mentre osserva, ascoltatelo descrivere ciò che scopre, siate suoi alleati, e poi lasciate che il suo Angelo provveda.

Claviculae Angelorum:

Liberazione dalle catene e dai nemici. Protezione contro la rassegnazione. Successo soltanto nelle arti.

Qualità di Yeyazel e ostacoli dall’energia “avversaria”.

Le qualità sviluppate da Yeyazel sono purificazione, ragione, allegria, buona comunicazione, amore per la lettura; gioia di scrivere e di creare, capacità di ringraziare, riconoscenza e ottimismo. Yeyazel dona consolazione, amore, liberazione dalle avversità; carattere amabile e leale, fine ironia; sincerità. Concede vita interessante e piena; felice esito in campo editoriale e artistico, e in tutti gli ambiti legati alla comunicazione e all’immaginazione. Ancora, questo Angelo concede liberazione dalle accuse ingiuste e dalle prigionie, siano essere fisiche o mentali. L’Angelo dell’Abisso a lui contrario si chiama Atriel e rappresenta la tristezza e gli scritti infelici. Induce pessimismo, amarezza, sfiducia di sé. Causa solitudine, rovina, desolazione; accentua infatti tutte le qualità negative dello spirito e dell’anima: porta la tristezza e la tendenza a vivere isolati dai propri simili per odio o sfiducia nei loro confronti.

Esortazione angelica.

Yeyazel esorta a invocare il potere della sua energia angelica per attingere il coraggio necessario a dispiegare i propri talenti e metterli al servizio del mondo, con fiducia: la benevolenza offerta al mondo, e tutto il Bene che ne scaturisce, si riversa poi nella nostra vita sotto forma di benedizioni.

Giorni e orari di Yeyazel.

Se sei nato nei suoi giorni di reggenza Yeyazel è sempre in ascolto per te; ma in particolare le sue energie si schiudono nelle date del tuo compleanno e negli altri 5 giorni che ti sono dati dal calcolo della Tradizione. Suoi giorni di reggenza sono anche: 16 febbraio, 30 aprile, 14 luglio, 26 settembre, 7 dicembre; ed egli governa ogni giorno, come “angelo della missione”, le energie dalle h.13.00 alle 13.20. Assiste perciò, in particolare, anche i nati in questi giorni e in questo orario, in qualunque data di nascita, ed è questo l’orario migliore in cui tutti lo possono invocare. La preghiera tradizionale rivolta a Yeyazel è il versetto: Ut quid, Domine, repellis orationem meam, abscondis faciem tuam a me? (Sal. 88,15 – Perché mi respingi, Signore? perché mi nascondi il tuo volto?).

Meditazione associata al Nome.

La meditazione associata a Yeyazel si chiama “dire le parole giuste”. Secondo la Kabbalah, infatti, queste lettere forniscono uno strumento meditativo efficace per dissipare le energie negative seminate nella nostra vita da cose dette avventatamente. Perché le parole sono molto potenti: innescano forze spirituali che influenzano gli eventi e le circostanze della vita, nostra e degli altri. E’ importante siano usate per portare all’esterno noi stessi, aiutando gli altri a comprenderci; oppure per andare in soccorso agli altri, creando ponti con le nostre parole. Secondo il sapere kabbalistico – invece – la diffamazione e il pettegolezzo aumentano le malattie che affliggono il mondo. Il modo in cui usiamo la parola è talmente importante che secondo la Tradizione “noi veniamo al mondo con un numero prestabilito di parole negative che ci è permesso pronunciare: quando questa scorta è esaurita la Morte ci sopraffà”. Ma in effetti, così come le nostre parole che feriscono gli altri fanno male anche alla nostra anima, allo stesso modo quelle che donano gioia trasformano radicalmente la realtà, in Bene, e infondono in noi benedizioni.

Meditazione.

Ora, concentrando la tua visione sulle lettere ebraiche della radice del Nome, senza pensare ad altro, respira e, lasciandoti permeare profondamente e a lungo dal suo significato, pronuncia questa intenzione:

riguardo al mio ego, premo il tasto “muto”: ora per mio tramite parla la Luce. Da ora in poi, in tutte le occasioni, ogni mia parola eleverà la mia anima e l’intera esistenza.

SIMBOLOGIA OCCULTA.

Corrispondenze con le simbologie degli Arcani maggiori.

A ciascuna delle 22 lettere ebraiche sono associati dei numeri, dunque ad esse possono venire associate anche corrispondenze con le relative simbologie dei 22 Arcani maggiori dei Tarocchi; questo può essere interessante per chi desidera interrogare questi simboli sul piano dell’introspezione psicologica. In questo caso la radice yod-yod-zain risponde alla configurazione: “La Ruota – la Ruota – il Carro“, da cui la riflessione interiore suggerita dalle domande poste da questi arcani. Chiede la Ruota (il ciclo del mutamento), per 2 volte: che ciclo si è concluso, cosa devo cambiare? Quali sono le mie opportunità? Cosa mi aiuta? Cosa sto ripetendo? Quale enigma emozionale mi blocca? Chiede il Carro (azione nel mondo): dove vado, e da dove vengo? Qual è il mio veicolo (per esempio: una dottrina mistica, la matematica, il mio corpo ecc.)? Qual è la mia azione nel mondo?

CORI DI APPARTENENZA E ARCANGELI DI INFLUENZA.

Rimando infine al Coro e alle energie arcangeliche che dispensano influenze ai nati fra il 9 e il 13 ottobre. L’angelo Yeyazel appartiene al Coro degli Angeli Potestà guidato dal severo Arcangelo Camael. Il segno della Bilancia cade sotto l’Arcangelo Haniel, energia della Bellezza, mentre la decade che qui interessa (4-13 ottobre) è sotto il dominio dell’Arcangelo Raziel. Con amorevolezza vi rinvio a tali entità angeliche: i nati in questi giorni sono invitati a consultarle, insieme a quella del loro Angelo Custode Yeyazel. Infatti anche le energie di questi Arcangeli sono al loro fianco. Infine bisogna ricordare che una specifica influenza sulla persona è esercitata anche dall’Angelo che aveva reggenza nell’orario della nascita.

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